GERARDO BALESTRIERI
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PRESS  " I NASI BUFFI E LA SCRITTURA MUSICALE " 2007 Da qualche giorno sto ascoltando con crescente interesse Gerardo Balestrieri, voce che sembra cioccolata calda ( lascia il segno "Fenesta Vascia" su toni bassi, quasi recitata): canta canzoni di altri ( "Don Raffaè" ma anche "La java des bombes atomiques" di Boris Vian) e sue: echi di Paolo Conte, Tom waits… Bravo 7,5 e in più suona la fisarmonica, il che alle mie orecchie dà diritto a un bonus… Gianni Mura La Repubblica domenica 18 dicembre 2005 “Un autore interessante” Maurizio Costanzo 27 novembre 2007 “Un disco intrigante” Io Donna, Corriere della Sera novembre 2007 Cose, geografie, maledizioni di Luca Barachetti Ora, dopo aver ascoltato e riascoltato più volte l’esordio di Gerardo Balestrieri, io sarei proprio curioso di vedere com’è casa sua. Non tanto quante stanze ha, quanti bagni, se ha il garage o meno. No. Io vorrei sapere com’è il letto, come sono i mobili, cosa ha in frigorifero e soprattutto: se ha o meno un ripostiglio. Gerardo ce l’hai un ripostiglio? Perché se ti manca io penso che tu abbia qualche problema a muoverti per casa. Uno che fa un disco d’esordio e ci mette dentro così tanta roba, e tutta proveniente da posti così diversi e tutta davvero vissuta sulla pelle e non come artificio esotico portato dalle ultime vacanze solidali in Africa Centrale, qualche problema di spazio in casa deve averlo per forza. Uno così non può aver buttato via tutto. Uno che ha applicato alla vita vissuta fino ad oggi lo stesso adagio applicato al maiale, del quale come è noto non si butta via niente, deve avere la casa piena di oggetti. Ma non souvenir, proprio oggetti. Strumenti musicali, piatti, tappeti, maschere, spezie, sabbie, pietre, fiori secchi, dizionari, libri in dodici lingue diverse, orologi, stufe, almancchi. Ovunque. Da non riuscire a muoversi. Leggetevi la biografia sul suo sito. Balestrieri non la dice tutta. Mancano un sacco di luoghi che ha visto, un sacco di cibi che ha mangiato, un sacco di profumi, suoni, musiche che ha annusato, sentito, ascoltato. Manca la geografia. Per uno così la geografia è biografia. E nemmeno I nasi buffi e la scrittura musicale riesce a raccontare tutto. Racconta un po’, con una manciata di canzoni che sono punti sulla cartina sui quali Balestrieri rimbalza come una biglia da flipper, portandosi via ogni volta qualcosa e infilando quel qualcosa nel qualcosa portato via da un altro posto. Se dovessimo dire da dove è partito diremmo che, come molti, Gerardo Balestrieri è partito ascoltando tanto Paolo Conte e Tom Waits. Ma lui in realtà non è partito, ha sempre viaggiato e basta, dunque Conte e Waits li ha ascoltati sì, ma in viaggio. E ad un certo punto del suo viaggio è arrivato in Salento e si è portato via una tammorra che ha messo in Saria con una manciata di versi da Salgari ubriaco («ditemi perché al sultano del Brunei / ieri gli bruciava un po’ il culo»). Poi è andato su in Francia, a Marsiglia, ma non prima di esser balzato indietro di una quarantina d’anni trovandosi d’improvviso al tavolo di un bar con Buscaglione (Furto ai nobili di Rue Berget). Un traghetto per la Grecia da Marsiglia lo si trova sempre e là – a Salonicco? A Kalamata? – ha pure imparato la lingua con cui canta Palamakia, una canzone tradizionale ellenica che dice tre cose tre ma è un concentrato di disperazione (per cosa? Per una donna, ovviamente). A Salonicco, o a Kalamata, una sera ha incontrato Nick Cave che stava cercando la strada per tornare al suo ufficio, dove ormai da alcuni anni scrive canzoni otto ore al giorno come un normale impiegato. Balestrieri, non sapendo nulla dell’ufficio, gli ha invece proposto di fare insieme a lui un giro per il Mediterraneo, prima meta la Turchia. In barca hanno scritto insieme la bellissima Quando il diavolo t’accarezza, con il cumbus turco a vergare patemi blues e il testo che gioca a ricombinare tra loro alcuni proverbi popolari – Cave, che di proverbi non sa niente, non ha poi firmato il testo ed è sceso al Cairo. Dalla Turchia riparti per il Mediterraneo, impara a suonare quella decina di strumenti tra darbouka, fisarmoniche e clarinetto e torna in Francia, dove ad aspettarti c’è Boris Vian che ti dice: dai, traduci in italiano La java des B. A. come la farebbe il primo De Andrè. Detto, fatto, eccola: un tre-quarti simil valzerino che a dirla giusta sembra anche un po’ Brassens. Poi viene l’inverno e allora serve una stufa. Si passano le Alpi e si scende in Piemonte a scaldarsi con il Blues del Putagè, che appunto è la stufa – perché scendere in Piemonte? Quell’«antico, svizzero, elefante» del testo sa ancora di Conte: bisogna pur tornare ad un certo punto per vedere come sta l’Avvocato. E così ecco la trottola-Balestrieri, che però dopo tanto girare capisce che è il tempo di fermarsi. Il gusto nel niente e nel sorridere è un bilancio esistenziale e contemplativo che non sa di nulla in particolare se non della pasta di cui sono fatte le canzoni belle. Ma poi via di nuovo. Gli manca Vian, torna da lui, insieme vanno a Barcelone e la cantano con il fumo nella gola e il megafono davanti alla bocca. Lì a quel punto, quando Vian è tornato a casa e la solitudine lascia subentrare la fantasia, cosa ci vuole a partorire una ballata polverosa come Canto Sesto se una sera ti ritrovi a vedere un film di Sergio Leone con un libro di Ungaretti in mano mentre non ti lascia il ricordo di quella donna le cui movenze «fomentano la febbre»? Niente, ma poi finalmente si torna a casa. O meglio: si torna a Napoli, a cantare Fenesta vascia con in bocca un mezzo retrogusto di milonga, e si riparte ancora. Perchè la vera casa alla fine è la Francia, dove Balestrieri ritorna per cantare Baudelaire (L’ame du vin) e una maledizione che non troverai solo qui o là come un tessuto o una spezia, ma ovunque. E questo lo sa soprattutto Chi ha visto planare gli angeli, inno finale di un apolide che oltre ad essere intrinsecamente maudit è un animale «disadattato» e «antisociale». Dunque non è solo biografia la geografia, ma esistenza. Al prossimo disco chissà dove ci porterà Gerardo Balestrieri, chissà quante cose ancora da mostrarci in casa sua, chissà ancora quale maledizione. Il cantautore apolide Le canzoni con il naso lungo di Gerardo Balestrieri Una voce scura di cantautore, una miscela di suoni e storie che non lascia spazio alla noia e un disco con un titolo strampalato. I nasi buffi e la scrittura musicale segna l'esordio di Gerardo Balestrieri che, in realtà, non è affatto un debuttante: polistrumentista, compositore e cantante apolide (ama definirsi così, visto che è nato in Germania da genitori irpini) in questo album ha raccolto ben dieci anni di attività in giro tra concerti, festival, teatro e tv. Più che un esordio dunque questo sembra un traguardo. Piacevole parlare con lui, che con voce bassa e suadente e un accento indefinibile racconta come è nato il titolo: " Non ha un senso preciso, è nato in modo estemporaneo.Più che altro mi incuriosiscono i nasi delle persone, li guardo...mentre con la scrittura nusicale ho un rapporto conflittuale :sono affascinato dal pentagramma e ciò che c è scritto ma sono molto pigro quando devo leggere per eseguire" Cantante apolide, infatti le dodici tracce dell'album sono frutto del lavoro di un uomo che sente di appartenere a più parti del mondo: Una sorta di viaggio musicale attraverso terre lontane.C è blues, tango, jazz, musica popolare ,pennellate maudit...e brani che richiamano alla realtà musicale del centro Europa. Gli chiedo a quale di questi mondi si sente legato " Dipende dai momenti.In questo periodo sono affascinato dalla musica dell' area mediorientale,soprattutto la musica turca e persiana.Ma l' esistenza apolide mi ha condannato a vagare di continuo...una piacevole condanna. " E a tal proposito cita Ungaretti, peraltro protagonista del suo Canto Sesto. Balestrieri è un'artista a tutto tondo, i suoi testi paradossali, incantatori...la sua vocalità calda e profonda ricorda De Andrè: A tal proposito gli chiedo se c'è un sogno che vorrebbe realizzare,magari duettare con qualche artista e magari reinterpretare brani dell'album.Risponde senza esitazioni " Tom Waits nel Blues del Putagè". Ma si lascia andare a un ultimo bizzarro desiderio: " In realtà il mio sogno è cantare Palamakia con Serena Dandini: “Un mio sogno erotico" Roberta Maiorano Jam,dicembre 2007 Gerardo Balestrieri arriva quando meno te lo aspetti. Furtivo come la notte che lentamente s’impadronisce di case e anime, spietato e giocherellone come un gatto sulla sua preda. Picaro e musico di un mondo di nessuno che, volenti o nolenti, ci appartiene, Balestrieri accarezza e stuzzica le nostre ansie sonore e da loro forma trasformandole in ideali compagni d’avventura con cui affrontare le fitte zone d’ombra di una contemporaneità stretta e scomoda. “I nasi buffi e la scrittura musicale” è una mano tesa pronta a afferrare l’ascoltatore nei suoi attimi di coraggio musicale e a trascinarlo in un vorticoso e coloratissimo viaggio attraverso le spumose e vivaci pieghe del Mare nostrum. Il mare e la musica, fonti di vite smarrite e poi ritrovate nel bel mezzo di nuvole di vapore di un bagno turco. Goccia dopo goccia, il sudore dell’artista aggiunge nuove esperienze alle liquide fatiche collettive contribuendo alla storia e alla cultura dei diversi popoli che si specchiano sull’omerica tinozza chiamata Mare nostrum. Con il coraggio di Ulisse e l’intuito storico di Braudel Gerardo Balestrieri parte dalla Francia e si spinge verso l’Italia e la Grecia per poi continuare a disegnare oltre linee di costa destinate a diventare un pentagramma ideale su cui tracciare storie e inconsueti ma familiari itinerari sonori. Musica & Dischi, dicembre 2007 Fugacemente passato per il Premio Tenco 2000 Gerardo Balestrieri ricompare con il suo debutto solista e si guadagna, manco a dirlo, un meritatissimo posto nella cinquina del premio sanremese come miglior esordiente. Nonostante tenga in tasca santini protettori già stropicciati da altri autorevoli e minori esponenti del genere (boris Vian, il Rebetiko, San De Andrè…)il Balestrieri cantautore è una piacevolissima scoperta. La voce spinta nel registro più basso, spesso ai limiti del recitato, i suoni acustici volutamente retrò, Balestrieri costruisce il suo album su un ipotetico confine tra Francia anni ‘50 e Grecia:Gli echi rebetici dichiarati (il 7/8 della bella Palamakia) e meno dichiarati (l’inciso di Quando il diavolo t’accarezza, espiantato da Sarantha Palikaria, canto dei partigiano greci) sono tra gli episodi migliori, insieme alla Java des B.A., virtuosistica traduzione da Vian e al contiano Blues del Putagè Jacopo Tomatis World Music,18 novembre 2007 Non sembra intimorito Gerardo Balestrieri, uno degli artisti selezionati per l’opera prima, nel salire sul palco subito dopo la performance dei magnifici 5! Si presenta con un liuto turco e “veste” Tenco di abiti mediterranei eseguendo una bella e particolare rilettura di “Se potessi amore mio”; passa poi al pianoforte per il suo brano “ Il gusto nel niente e nel sorridere” Lucia Carenini Bielle 18 novembre 2007 Anche se “I nasi buffi e la scrittura musicale” è a tutti gli effetti un disco d’esordio, considerare il suo ideatore un emergente significherebbe sottovalutare l’operato artistico-musicale del polistrumentista Gerardo Balestrieri. Più che un disco d’esordio, “I nasi buffi e la scrittura musicale” è invece una raccolta di brani vecchi e nuovi che il musicista dedica in parte al marsigliese Alexander Marius Jacop (ladro beffardo e gentiluomo che ispirò Le Blanc per il suo Arsenio Lupin, ndr). Un disco che racchiude dieci anni passati tra concerti, teatri, festival e programmi tv e che giunge a coronare il lavoro sin qui svolto da questo autore ed interprete dei giorni nostri, o come lui ama definirsi cantante apolide. In questo disco Balestrieri riesce magistralmente a coniugare le diverse espressioni musicali dimostrandosi un musicista (autore e compositore) a 360°: un lavoro denso fatto di ritmi che vanno dal jazz alla bossanova passando per il tango, lo swing, gli echi mediterranei ed arabeggianti, la chanson francese, il folk, il blues e mostrando anche una leggera inclinazione al rock. I testi scritti si presentano contemporaneamente stravaganti, malinconici ed ironici; basti ascoltare brani quali “Chi ha visto planare gli angeli”, “Il gusto nel niente e nel sorridere” e “La java des B. A.”. In altri invece si cimenta nel musicare scritti di grandi poeti del passato come Giuseppe Ungaretti (in “Canto Sesto”), Charles Baudelaire (in “L’ame du vin”) o un anonimo napoletano del ‘500 (in “Fenesta vascia”). Musicista tout-court, Balestrieri nelle sue composizioni si avvicina molto al modo di fare canzoni di diversi cantautori italiani come Paolo Conte in “Furto ai nobili di Rue Berget”, una ballata swing che rimanda molto alla canzone d’autore francese... Le sue canzoni sorprendono per un’espressività musicale che travalica i confini nazionali, ma va anche oltre nella lingua e nel suono: la canzone francese viene più volte rimarcata (“Saria” e “Blues del Putagè”), ma troviamo anche richiami a suoni più mediterranei come in “Palamakia” e “Barcelone”. Le melodie piacevoli fanno da supporto ad un cantato cupo, che mostra varie sfumature dando una particolare impronta alle singole canzoni, tanto da far sembrare “Quando il diavolo t’accarezza” un brano dei C. S. I. o “Canto Sesto” di Mark Lanegan. L’uso di svariati strumenti poi colora in modo particolare i pezzi, mostrando anche degli ottimi arrangiamenti. Balestrieri si affianca di validi collaboratori e amici come Virginio Tenore voce e tammorra nella tammorriata che fa da intro al brano “Saria”; Daniele Sepe sax tenore in “Furto ai nobili di Rue Berget”; Giovanna Guiglia voce in “Palamakia”; Ilaria Graziano voce in “Chi ha visto planare gli angeli” e tanti altri. Con questo esordio Gerardo Balestrieri potrebbe allargare di molto il suo pubblico entrando di diritto tra i più validi “cantanti apolidi” di quell’albero infinito che è la musica. Alfonso Fanizza Mescalina,12 novembre 2007 Riesce difficile pensare a Gerardo Balestrieri come a un debuttante, sebbene di fatto “I nasi buffi e la scrittura musicale” sia il primo disco intestato a suo nome. Nel corso degli anni, infatti, l’artista è stato coinvolto in numerose e varie esperienze, da La Nave dei Folli agli storici E Zézi, passando per uno spettacolo teatrale con Bebo Storti, colonne sonore e riconoscimenti assortiti. Non stupisce, quindi, trovarsi di fronte a un lavoro compiuto, maturo, forte di una identità e di una personalità ben precise. Quelle di un musicista che ha assorbito fino in fondo gli stilemi della canzone d’autore e li ha saputi fare completamente propri, dando così vita a una raccolta di canzoni dal retrogusto fumoso e di gran classe, tra promenades notturne sulla Rive Gauche e capatine nei Balcani, tra influssi mediterranei e un jazz scherzoso che non poco deve alla lezione di Paolo Conte (“Blues del putagè”). Tutti ambiti che non solo Balestrieri conosce bene, ma fa (ri)vivere in maniera vincente e convincente, senza cioè cadere mai nella trappola dell’oleografia di maniera, mentre con voce calda disegna melodie fatte di parole che mescolano con sapienza ironia e romanticismo, narrazione e introspezione, vita quotidiana e poesia (l’ungarettiano “Canto sesto”, riletto in salsa western). Tanti i momenti degni di nota: oltre a quelli già menzionati, doveroso citare almeno una “Furto ai nobili di Rue Berget” tutta spazzole e wah wah, la sequenza di calembour che va a comporre “Quando il diavolo t’accarezza” e una “Il gusto nel niente e nel sorridere” che, sospesa tra jazz e chanson, pare essere il centro di gravità musicale dell’album. Aurelio Pasini Fuori dal Mucchio,6 novembre 2007 Gerardo Balestrieri tira fuori dal cilindro un disco geniale, a partire dalla copertina; un gattaccio di strada canta al chiar di luna con un topone al posto del microfono.C’è solo l’imbarazzo della scelta:swing, tango, echi tzigani, un po’ d’oriente, il profumo di jazz e il Sudamerica.Approverebbero anche De Andrè e Conte, i maestri di riferimento: Musiche sfumate su liriche intelligenti, intonate da una voce calzante, scura e ritmata, suadente e sferzante. Quanto basta per commuovere su un’accorata versione di Fenesta Vascia S. Crippa Alias, Il Manifesto Sabato 3 novembre 2007 Lui si definisce cantante apolide e ascoltando il suo cd si può dare conferma a ciò. Gerardo Balestrieri da buon Busker e artista di strada sa come dosare bene le sue varie contaminazioni musicali e all’interno del cd troviamo musica per tutti i gusti. Si parte con “Saria” una canzone stile francese, con un non so che di partenopeo, ma al tempo stesso gitano, con violino e fisarmonica che fanno a gara a chi va più veloce. Puro swing Jazz è “Furto ai nobili di rue Berger” con protagonista l’ottimo sax di Daniele Sepe. Resta facilmente impressa “Palamakia” filastrocca greca, che volentieri ti fa “battere le mani” (Palamakia appunto) seguendo il ritmo ellenico. Ballata per un verso cupa e per l’altra divertente è “Quando il diavolo ti accarezza”, con testo curiosamene costruito su proverbi travolti e stravolti, nonchè sdoppiati nell’interpretazione (un esempio tra tutti:… l’abito non fa il monaco ma il sarto…). “Barcelone” ha una melodia molto delicata, con strumenti musicali appena sfiorati tesi a non disturbare una voce filtrata elettronicamente (stile voce al telefono) che racconta di una storia d’amore. Chanson francaise, blues, jazz, musica popolare e non solo: in questo cd vengono musicate poesie di artisti famosi. Con rispetto per l’arte Balestrieri riprende “Canto Sesto” di Ungaretti, Fenesta Vascia di un Anonimo del 500 e “L’ame du vin” tratta da una poesia di Baudelaire. Le riveste di una musicalità sorprendente che riempie di emozioni nuove le poesie che già in loro esprimevano molto. Davvero simpatica la storia di “La Java des B.A.” fatta di zii, bombe atomiche, governi e presidenze. Come si fa spesso, mi verrebbe da associare Gerardo Balestrieri a molti nomi del cantautorato italiano, ma alla fine le associazioni si annullano. Concludo apprezzando la ricetta di Balestrieri per passare le serate freddine dell’autunno ormai arrivato: “….castagne, china calda e vin brulè…… Flavio Bilato DiRadio, 15 ottobre 2007. Graffianti e avvolgenti le meticcie atmosfere di I nasi buffi e la scrittura musicale (Musica&Teste M&T 01-07) dell’istrionico Gerardo Balestrieri. Su un anarchico e solido impianto jazz-folk si innestano geniali intuizioni etniche a agitare l’universo di note nascosto sotto le calde acque del Mediterraneo: Furto ai nobili di Rue Berget, l’azzardo di una notte tra la gente del Milieu di Marsiglia; Palamakia, la sensualità di labbra salate bagnate da un bicchiere di ouzo; Barcelone di Boris Vian, il fascino di uno sguardo perso all’orizzonte. Balestrieri indovina il disco che mancava al 2007. Matteo Ceschi Musica e dischi ottobre 2007 Ai traslochi, a tutte le macchine riempite e svuotate, alle stanze, al garage, all’albergo, ad Agata, all’Amore ai debiti”. I ringraziamenti parlano chiaro. Gerardo Balestrieri pare non sappia stare fermo in un punto. Estroso nel suo percorso artistico che lo ha condotto all’album d’esordio, eclettico nel genere che propone. Classe 1971, nato a Remscheid, una tesi sulla spiritualità nella musica popolare brasiliana alle spalle, ha affrontato una serie di esperienze molto diverse (collaborazioni con Daniele Sepe, Bebo Storti ed E. Zezi, partecipazioni in soap opera e trasmissioni televisive) fino a diventare un apprezzato cantautore. La sua musica è un mix di blues e mazurca, tango e swing, Parigi e Napoli, balcani e sud America con riferimenti (quelli per un esordiente sono d’obbligo) a Paolo e Giorgio Conte, Vinicio Capossela, Fabrizio De Andrè, Lindo Ferretti fino a pescare nel cantautorato francese. I soliti nomi, storcerà qualcuno il naso. Forse si, ma per citare senza essere pedissequi e scontati ci vogliono mestiere e talento. Caratteristiche che non mancano a Balestrieri. Il suo esordio maturo, non a caso, è entrato nella cinquina finale del Premio Tenco. Una segnalazione sulla copertina. Il gatto che canta con un microfono/topo è di Tomi Ungerer, celebre disegnatore satirico. 09/10/2007 Pierpaolo Lala Cool Club Ne ha fatte, di cose, Gerardo Balestrieri prima di approdare al suo primo album. Nato a Remscheid nel '71, si è laureato con una tesi sulla spiritualità nella musica popolare brasiliana, ha collaborato con Daniele Sepe e Bebo Storti, ha fatto parte di E. Zezi, ha partecipato ad Arezzo Wave '96, ed è comparso in un paio trasmissioni televisive. E’ stato invitato un paio di volte al Club Tenco: la prima nel ’99 come cantautore inedito (dove presentò alcuni brani poi finiti in questo cd), la seconda nel 2005, come session man per il dopo-Festival. Anche di riconoscimenti ne ha avuti, dalla vittoria nel 1995 al Festival Buskers di Pelago al titolo di “cantautore rivelazione” al festival “Dallo Sciamano allo Showman 2006” passando per il premio per il miglior testo al terzo Mantovamusicafestival. Però l’agognato disco non era ancora riuscito a pubblicarlo; ce l’ha fatta quest’anno ed è finito dritto dritto nella cinquina delle nomination per la Targa Tenco. Qualcosa vorrà pur dire… Andiamo a vedere, o meglio a sentire. A rappresentarlo in copertina Balestrieri sceglie un disegno di Tomi Ungerer, importantissimo disegnatore satirico contemporaneo e uomo impegnato in mille battaglie politiche e sociali. Il disegno in questione illustra un gatto che canta in un microfono a forma di topo. Ma visto che le fauci sono spalancate – e il microfono è appunto un topo – il tutto suggerisce diverse chiavi di lettura. I gatti, indolenti, sensuali, furbi ed egoisti, sono sempre stati fonte di ispirazione per Ungerer. In quale di questi tratti si identificherà Balestrieri? Proviamo a scoprirlo con le canzoni. Musicalmente si capisce che il ragazzo è preparato: si va dalla tarantella al bolero, dallo swing al blues, dal tango alla giga e alla mazurca, da Napoli a Parigi passando per Atene in una girandola di suoni accattivante e trasversale. Sensuale e sorniona la voce, interessanti le parole, con i toni che si fanno di volta in volta beffardi, flemmatici, acuti, marpioneggianti e sarcastici. “La possente passione passeggia passando tra la voglia e il sonno, tra il senno e la veglia” è un buon esempio del lavoro di lima fatto sui testi, sostenuti da piano, fisarmonica e da una serie pressoché infinita di altri strumenti suonati dallo stesso Gerardo assieme a una pletora di musicisti. Ospite illustre, in “Furto ai nobili di Rue Berget”, Daniele Sepe con il suo sax, a dare note acide e sentori di selvaggina a una canzone che sembra avere radici nel periodo jazz-parigino di Boris Vian mescolato a quello delle cantine astigiane di un noto avvocato. I richiami al patafisico francese non si fermano però qui: il nostro ci dà modo di apprezzare le sue doti di interprete in “Barcelone” e quelle di traduttore in “La java des B.A.”. Peraltro non si fermano qui neanche i riferimenti all’avvocato astigiano e forse anche al fratello del suddetto: “Il blues del putagè” (il putagé è la tipica stufa in ghisa delle campagne piemontesi, su un angolo della quale veniva lasciata per tutto il giorno la minestra - putage - a sobbollire borbottando) echeggia delle storie del Conte piccolo (se così si può definire il grande Giorgio), delle sue erbe di San Pietro, delle mele cotte al forno e delle giostre dei vari Bastiani. Ma non è un male: Balestrieri in una delle sue tante peregrinazioni (ai traslochi va uno dei ringraziamenti nelle note finali del disco) ha respirato quell’aria, l’ha assimilata e l'ha fatta sua. E il risultato è affascinante. Il fatto che Balestrieri deve aver ascoltato parecchio Paolo Conte si evince anche da “L’Ame du Vin”, poesia di Baudelaire messa in musica e da “Il gusto nel niente e nel sorridere” - il brano che contiene la frase che dà il titolo all’album - un collage di immagini che si inanellano come perle di una collana onirica legata da un filo di note di piano e fisarmonica. “lettera di spezie e sogni, forse una ricetta”, la definisce lui nel sottotitolo, ma evoca sicuramente i toni di un film anni Trenta in bianco e nero. Incantevole e incantato. Qualcuno ha scomodato altri due grandi, e ha detto di Balestrieri che “canta alla stregua d’un De André colto da infingarda ebbrezza caposseliana o di un Capossela colto da flemmatico acume deanreiano”. Probabilmente ha ascoltato, assimilato, elaborato, digerito. Echi di molti, clone di nessuno, Balestrieri va tenuto d’occhio. Augurandosi di non dover aspettare altri otto anni per avere la conferma di un talento. Luicia Carenini Bielle, 27 settembre '07 …difficile fotografare la sua musica, perche' l' autore ama rannicchiarsi nelle zone d'ombra, per poi improvvisamente schizzare ai margini del quadro, dove e' difficile mettere a fuoco o definire i contorni delle sue canzoni. Swing, tango, echi tzigani, jazz, blues, echi maudit della canzone francese (Saria, Furto ai nobili di Rue Berget, Quando il diavolo t'accarezza, Blues del Putage') sono solo alcuni dei componenti di questa originale miscela musicale, carica di ritmo e sensualita'. Testi paradossali, amari e ironici al tempo stesso (Chi ha visto planare gli angeli del cielo, Il gusto nel niente e nel sorridere, La java des B.A.), oppure presi a prestito da grandi poeti(Canto Sesto di Giuseppe Ungaretti, L'ame du vin di Charles Baudelaire e Fenesta Vascia di un anonimo napoletano del '500), declamati con voce oscura e apparentemente non curante della metrica e della melodia, come per ricordare a chi ascolta che le esperienze raccontate appartengono alla vita vissuta, e quindi solo per caso, e un po' controvoglia, si trovano ad attraversare le regole della dimensione musicale. Attitudini che apparentano Balestrieri, piu' che a quella italiana, alla tradizione autoriale d'oltralpe e mitteleuropea, dove si fondono lingue e musiche disparate (Palamakia, Barcelone), dove gli incontri e i sentimenti umani, anche i meno nobili, vengono innalzati al valore di esperienza letteraria e poetica, anche solo per il fugace tempo di un giro d'organetto. Ultime Note, 17 agosto 2007 Intervista Originale con John Vignola Nato a Remscheid, girovago per vocazione, attento agli incroci di culture (si è laureato a Napoli all'Istituto di Orientalistica, approfondendo però la spiritualità nella cultura brasiliana) e sempre in movimento, sia artisticamente sia come semplice essere umano. Gerardo Balestrieri ha superato i trent'anni, non da troppo, ma continua a cercare. Lo testimonia il suo disco degli ultimi mesi, "I nasi buffi e la scrittura musicale" (Interbeat/Egea), ben accolto per esempio dal Premio Tenco, dove l'artista si è esibito con una cover di Tenco - "Se potessi amore mio" - intensa e nello stesso tempo divertita. Un disco che è l'opera prima a suo nome, nonostante un percorso ricchissimo, fra i Novanta e questo nuovo millennio. Quanto segue è una piccola testimonianza del suo anticonformismo e della sua umiltà. Nel tuo disco c'è, mi pare, una costante: quella dell'ironia, che allontana l'amarezza, anche se non la scaccia del tutto. L ironia e l'amarezza son elementi importanti e scandiscono le vicissitudini di queste canzoni Dietro a questo lavoro non c'è l'idea di girare con la tua musica, di viverci, anche? L'idea c'è, eccome. Proprio dal Tenco vorrei trovare nuove possibilità per suonare dal vivo. Non è l ' illusione pura e semplice. Si vive alla giornata, lavoro a Venezia, di notte, dove trovo anche i momenti per scrivere. Però, è tutto molto in bilico. La parola è importante, non solo nelle tue canzoni, ma anche nella tua vita artistica. La parola come suono lo è inevitabilmente. Delle volte la ripeto all'inverosimile, fin a farle perdere anche il significato. Mi piace sosituire le vocali come da enigmista, gli incroci, le cose che vengono fuori giocando. La tua poetica è legata anche al viaggio. Viaggiare è stato sempre una costante:una condanna a liberarsi È addirittura importante non saper dove andare? Non ho detto questo. Però l'incertezza, quando non è angoscia, è un momento interessante, artisticamente e non solo. L'anno scorso, per esempio, ho incontrato in Puglia musicisti che arrivavano dalla Grecia: ho suonato con loro e sono andato fino al Pireo, poi a Napoli, con Tonino Carotone, intanto ho inciso altre canzoni nuove. È tutto questo e altro che mi ha portato, alla fine, qui. Qui, dove? A questo album. Non avevo idea di come sarebbe finita, stavo andando ad Arezzo per un contratto, in treno mi ha chiamato l'attuale produttore Luigi Piergiovanni e così ho cambiato binario e direzione Il disco prosegue, grazie anche a Les Travailleurs De La Nuit, sulle rotte del chiaroscuro, ma pure della deviazione continua fra popolare e colto, fra Est e Ovest. Sì, si va a zigzag.cercando una panottica dimensione …coltivando l'arte dell'incontro Sei qui al Premio Tenco, in questa edizione completamente dedicato alle sue canzoni. Secondo te, dove stava la sua grandezza? Nella profondità…Luigi Tenco più di ogni altro cercava la Valle della consapevolezza Questa ricerca umana e artistica ha dato alla persona come alla sua musica e alle parole un carattere scuro tormentato severo adirato e allo stesso tempo semplice, dolce e di geniale ironia Anche tu non hai preclusioni, come si diceva. Mi nutro di cose parecchio diverse fra loro...non sono monogamo...questo ha fatto sì che l'intreccio valga più della forma pura. E l'ironia più della serietà fine a se stessa. E la poesia, alla fine, più della nuda "realtà". J.V. G.B. Come esordio è bello stagionato, questo I nasi buffi e la scrittura musicale. Risale infatti al '99, quando il compositore, polistrumentista, busker e attore Gerardo Balestrieri - nato a Remscheid nel '71, vissuto a Napoli e attualmente residente a Venezia - lo portò in concorso al Premio Tenco, dove guadagnò una certa considerazione, pacche sulle spalle e via andare. Da allora Gerardo ha fatto di tutto: teatro, televisione, radio, qualche apprezzata soundtrack. Son fioccati apprezzamenti & riconoscimenti, ma insomma l'estro di questo apolide guitto venuto ad arricchire la schiera degli estrosi nostrani è sempre rimasto sotto il pelo della notorietà. Finalmente pubblicato e distribuito, quel debutto giunge alle nostre orecchie a fare ciò che deve. Ovvero a propinarci tarantelle balcaniche e boleri desertici, blues swinganti e tanghi carezzevoli, gighe zigane e mazurche sarcastiche. Nelle quali impazzano il piano e la fisarmonica del Nostro, così come il suo cantare alla stregua d'un De André colto da infingarda ebbrezza Capossela (Saria) o viceversa come un Capossela colto da flemmatico acume De André (L'ame du vin, su testo di Baudelaire). Ma anche come un Conte imbeffardito Arbore (nella nostalgia felpata e marpiona di Blues del putagè) o un Leonard Cohen tra sordide maglie CCCP (nella processione a cuore bigio di Quando il diavolo t'accarezza). Spiccano nella sarabanda le baruffe di fisarmonica (soprattutto in Chi ha visto planare gli angeli del cielo) ed il sax di Daniele Sepe (sbrigliato e fin quasi selvatico in Furto ai nobili di Rue Berget - swing che paga qualche debito alla Dancing dell'avvocato astigiano). Così come è rilevante il Gerardo-interprete di Barcelone (roca devozione Boris Vian) e quello compositore di Il gusto nel niente e nel sorridere, rosario d'incanti ad alzo zero con gocce di veleno poetico De André e piglio da Conte piano-man ingoiato dal respiro di un'orchestra lunare. L'ascolto mi provoca sensazioni simili a quelle che mi suscitava il primo Capossela: anche del prode Vinicio pensavo non fosse altro che un succedaneo di Conte perlopiù, e vi assicuro che non ero il solo. Ok, vista l'età non è che Balestrieri possa essere considerato una giovin promessa. Però mi sa che lo tengo d'occhio lo stesso. 7/10 Stefano Solventi SentireAscoltare agosto 2007 Se la canzone d'autore americana è ossessionata dal modello Bob Dylan, quella italiana stenta a venir fuori dal cono d'ombra di Fabrizio De Andrè. Ciò premesso, l'esordio di Gerardo Balestrieri va salutato tra i migliori nati nel solco dell'indimenticabile Faber. E in quello di Paolo Conte, è il caso di aggiungere sulla scorta degli echi francofoni - in elenco c'è anche un adattamento musicale de "La java des B.A." e delle rimembranze blues - davvero delizioso e "gozzaniano" quello dedicato al "putagé", cioè alla vecchia stufa a legna - che rimbalzano lungo queste dodici canzoni. Le note di merito non si fermano tuttavia all'eccellenza dei modelli di Balestrieri e vanno estese alla pregnanza poetica dei testi, all'eleganza e alla buona varietà degli spartiti. Da tener d'occhio. 7/10 Elio Bussolino luglio '07 Gerardo Balestrieri è un personaggio estremamente complesso: risulta davvero faticoso racchiudere tutta la sua attività in poche parole... nasce 36 anni fa a Remscheld (in Germania), e, come si diceva, può vantare una molteplicità di ruoli e di attività che ne rendono ben difficile l'inquadramento...Nel disco risuonano parecchie caratteristiche della personalità di Gerardo, della sua proposta poetica ed ironica: brani in perfetto equilibrio tra swing e musica latina, tra echi gitani e, naturalmente Napoli... Nonostante siano passati diversi anni la proposta non ha perso un millimetro della propria freschezza, della propria originalità: è, sempre, straordinariamente attuale e centrata. Si potrebbe definire un compendio della variegata personalità di Balestrieri: come tutti i compendi non sarà esaustivo, ma una bella idea la dà. Tutto è preciso, tutto è al suo posto, partendo dalla simpatica immagine di copertina ("Les chats" di Tomi Ungerer), proseguendo con l'intro di "Saria" e la freschezza di "Furto ai nobili di Rue Berget", sino all'irresistibile ironia di "Blues del putagè", delizioso swing su immagini divertenti: "Ha un suo stile il Putagè, antico, svizzero, elefante, mi scalda il viso, gli occhi, il cuore, tiene su... scordo quanto con me fredda sei tu...". Artista, Balestrieri, che merita le vetrine più importanti. Più che un augurio, è una certezza. Andrea Rossi Music Map, 27 giugno 2007 Ospitato dall'ultimo Premio Tenco anche se (o proprio perché) non ha pubblicato dischi.Gerardo Balestrieri da Napoli si colloca nell'affollata scia di Paolo Conte.Il suo è un albun raffinato, preciso, compiuto,che non nasconde ambizioni, con canzoni di livello piuttosto alto e diversi picchi a partire dalla pressocchè irresistibile Saria che apre il disco fino alla turbinante Chi ha visto planare gli angeli del cielo, che lo chiude. Da notare che si tratta di un concept album costato molta testa e molto cuore.Jazz e Francia, ritmo contagioso e SudAmerica, testi sfumati e maturi, voce dinoccolata e scura… Enrico De Regibus L'Isola che non c'era Giugno 2001 Balestrieri un napoletano un po' francese Tra i protagonisti della serata c'è anche un esordiente: Gerardo Balestrieri esibitosi all'Ariston con tre canzoni… A sentirlo sul palco Gerardo Balestrieri è un napoletano cosmopolita, vengono più in mente gli Avion Travel che Pino Daniele e forse sono state proprio queste le caratteristiche che hanno spinto i selezionatori della rassegna a volerlo tra i debuttanti assoluti della venticinquennale… Enzo Gentile Il Mattino Ottobre 2000