GERARDO BALESTRIERI
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UN TURCO NAPOLETANO A VENEZIA 2009 Canzoni napoletane col caffettano La prima parola che viene in mente ascoltando “Un turco napoletano a Venezia” è fascino. È il fascino discreto della contaminazione, dell’incontro tra culture, atmosfere, facce e lingue. Quello che rende uniche città come Sarajevo, Gerusalemme. O come Venezia, Napoli, Istanbul. Queste ultime tre sono proprio le protagoniste della stravagante operazione imbastita da Gerardo Balestrieri per questo suo secondo disco. Canzoni napoletane della tradizione rivestite da sonorità mediorientali, per uno spettacolo (poi diventato disco) concepito e suonato a Venezia, città d’adozione del partenopeo Balestrieri. Scrive lui stesso nelle note di copertina: «L'idea di questo disco mi è acquaticamente balenata in mente un giorno quando in barca da San Marco guardando il bacino, mi sono comparsi il Vesuvio e il Bosforo tra l'isola di San Giorgio e la Giudecca, Napoli, Venezia e Istanbul: armoniose, sincretiche, città….da far incontrare attraverso la musica. Ho scelto la forma canzone, quella napoletana che meglio conosco e che desideravo incidere da tempo per tentare il sogno: Napoli città storicamente aperta alle contaminazioni che s’imbatte nella Istanbul imperiale attraverso Venezia porta tra Oriente ed Occidente, questa volta non in guerra…ma in musica ». Dichiarazioni di intenti ambiziosa. Per l’ennesima rivisitazione di un repertorio, quello della canzone napoletana, vitale quanto si vuole, ma che di certo non ha bisogno di essere riscoperto (basti pensare alla fortuna popolare delle interpretazioni di Renzo Arbore e allo splendore di quelle firmate dalla coppia Massimo Ranieri-Mauro Pagani)... In questo caso c’è il valore aggiunto di una scommessa, quella di tentare un azzardo, un esperimento musicale totalmente inedito. Lo si capisce dagli strumenti utilizzati, che hanno i seguenti nomi: Kanun-Santur, oud, tar, saz, bouzuki, cumbus, accordeon, daf, zill, bass kementche, ney, kaval, daf, tombak, darbuka, riqq, mazhar. Niente mandolini, quindi. Immaginiamo, per esempio, che qualcuno di voi che non ha mai sentito prima “‘O guappo ‘nnammurato”, canzone di Raffaele Viviani del 1917 la ascolti per la prima volta nella versione (splendida) strumentale contenuta in questo disco senza sapere nulla prima del progetto. Non credo che direbbe che si tratta di una canzone napoletana, quanto piuttosto di un brano di provenienza mediorentale (per dirla con Balestrieri «un’area molto più ampia che va dal Maghreb alla Persia»). Stesso discorso per il finale di Core ‘ngrato. Questo per dire che l’azzardo di un incontro mai sperimentato prima, in una maniera un po’ misteriosa, è riuscito. Forse perché, come dice ancora Balestrieri, «dalla struttura armonica, alle melodie, ai passaggi obbligati, all'uso di una scala musicale comune, ai ritmi, la canzone napoletana ha da sempre in sé qualcosa di profondamente “turco”». Forse semplicemente perché l’ensemble scelto da Balestrieri (l’Arif Azerturk ensemble è composto da musicisti dell’Azerbaijan, dell’Armenia, dell’Iran, della Tunisia, da Venezia, da Napoli, dalla Grecia, da Istanbul) ha saputo creare una miscela un po’ magica, un suono scabro ed evocativo, arcaico e coinvolgente, che calza e incalza le melodie napoletane. Il repertorio è dei più classici e spazia lungo un arco temporale di quasi 100 anni, dal 1886 di “A Marecchiare” di Salvatore di Giacomo al 1975 di “Nascette ‘nmiezz ‘o mare” di Roberto De Simone . Quest’ultima è “un lungo intermezzo”, tra le due parti del disco, una sorta di storia satirica di Napoli in versi, unico deragliamento dal repertorio più tradizionale, all’interno del quale figura a buon diritto anche Renato Carosone, autore di cui Balestrieri re-interpreta in questo disco tre canzoni (“Maruzzella”, “‘O Sarracino”, “Caravan petrol”). Un vero e proprio omaggio, quasi a marcare una particolare vicinanza con lo stile ironico e divertito del grande Renato. Poi ci sono le classiche canzoni d’amore, quelle da guapperia, in un viaggio senza preclusioni, senza confini («il repertorio nel suo preciso navigare tende a cancellare le differenze tra musica colta, popolare sceneggiata, macchietta ecc.», spiega Gerardo), che affida alle sonorità dipinte dall’ensemble il compito di dare una profonda unitarietà al lavoro. Alla voce rauca e graffiante di Gerardo si affianca (e in un paio di canzoni viaggia anche da sola) quella di Paola Fernandez dell’Erba, cantante argentina di origini lucane. Ennesimo esempio di contaminazione in un lavoro che è qualcosa di più di un disco, è un’operazione culturale. Che non può non far tornare alla mente quella fatta da Fabrizio De André e Mauro Pagani 25 anni fa. E che, come quella, è un’operazione carica di rischi. Perché quasi sicuramente scontenterà i puristi della canzone napoletana, che faranno fatica a riconoscere i loro classici rivestiti di caffettano, pantaloni rigonfi e babbucce. Dall’altra parte i cultori delle sonorità mediorentali forse non gradiranno la scelta di piegarle alle melodie napoletane. Chi ama mischiare le carte, chi è abituato a scoprire il bello della contaminazione, invece, sarà piacevolmente coinvolto nell’invito al viaggio lungo l’immaginaria rotta tracciata da Balestrieri tra Venezia, Napoli e Istanbul. Bon voyage. Napoli-Venezia-Istanbul di Luca Barachetti (settembre ’09) Chiudendo la recensione del bell'esordio “I nasi buffi e la scrittura musicale” di due anni fa il vostro recensore si chiedeva dove lo avrebbe portato Gerardo Balestrieri, il più geografico e apolide dei nostri cantautori, nel secondo episodio della sua discografia. Ecco la risposta: a Napoli. Ma anche a Venezia, e passando per Istanbul. Un turco napoletano a Venezia riprende dodici canzoni della miglior tradizione partenopea (ci sono tra gli altri Di Giacomo, Carosone, Gaeta, Viviani, De Simone) e le riarrangia con sonorità e atmosfere turco-arabo-persiane (“anatoliche” le chiama con inesattezza geografica ma precisione evocativa la presentazione del disco) suonando e registrando il tutto nell'estate 2008 al Teatro Fondamenta Nuove della città lagunare, dove Balestrieri vive. Idea non certamente nuova quella di riunire in musica le due sponde del Mediterraneo, e utile per togliere alle canzoni napoletane quella patina di populismo da cartolina che spesso si portano dietro, ma Balestrieri svolge il tutto con spirito personale. Al di là infatti della qualità degli arrangiamenti, che a volte sottolineano angolature inattese (il ricamo blues di Maruzzella, la sontuosità speziata di Scetate), è la “venezianità” di queste interpretazioni ad emergere ascolto dopo ascolto. Ovvero un sostrato scuro e umidiccio come quello che permea tanti degli angoli della città, ma anche un'impronta mescolante e multietnica, da vero porto di scambio per intenderci, che dentro ad un repertorio inscalfibile come quella napoletano – e per questo a suo agio con oud, bouzouki, santur e darbuka – infila richiami spagnoleggianti (nella pronuncia del titolare, affiancato alla voce dalla brava Paola Fernandez Dell'Erba), andature greche, cadenze mitteleuropee. Per un cosmopolitismo pari alla stessa essenza di Gerardo Balestrieri. Un artista da zibaldone di culture, che accatasta e mischia, alla continua ricerca di un'identità sfuggente e per questo unica. Un turco napoletano a Venezia Il nome di Gerardo Balestrieri non dovrebbe trovare spiazzato chi si occupa con attenzione di cantautorato. Il trentottenne giramondo (è nato a Remscheid, in Germania, ma poi si è spostato non poco) è stato infatti già tre volte al Premio Tenco, dove in particolare, nel 2007, il suo “I nasi buffi e la scrittura musicale” è finito secondo fra le opere prime dell’anno. Identico destino tocca oggi a questo suo nuovo lavoro, però, stavolta, nella categoria interpreti. Perché di album d’interprete, pur con un occhio molto “cantautoriale”, si tratta. La particolarità nasce dal porsi di fronte a un repertorio ricchissimo come quello napoletano ammantandolo di sonorità inusuali, esotizzanti quanto preziose, evocative, cariche di charme. Sono le sonorità degli strumenti che fanno capo a latitudini “altre” (la Turchia del titolo, ma non solo), dove Venezia, oltre che attuale “patria” del Nostro, incarna un po’ – si direbbe – lo sguardo, la “porta”, da cui verso tali latitudini possiamo almeno idealmente sporgerci noi occidentali. Il risultato, diciamolo subito, è maiuscolo. Alternandosi alla voce con Paola Fernandez Dell'Erba, Balestrieri attraversa brani di Carosone (tre), Viviani, Di Giacomo, ecc. con un occhio monolitico, che è poi quello offerto dallo straordinario apparato strumentale di cui sono portatori i musicisti da lui convocati, in un fitto intrecciarsi di corde (soprattutto), fiati e altro. Ci sono brani che l’ascoltatore collegherà a letture più recenti rispetto agli originali (gli anni di nascita dei brani vanno dal 1886 di A marechiare al 1974 di Nascette ‘mmiezz ‘o mare, di Roberto De Simone), tipo gli Avion Travel per Canzone appassionata o la NCCP per Tammurriata nera. Ma qui c’è sempre qualcosa di diverso, un occhio – come si diceva – del tutto speciale, intriso di suggestioni inedite, non di rado inattese. Un disco preziosissimo, come si sarà capito. Alberto Bazzurro L isola che non c’era 24 set ‘09