Canzoni napoletane col caffettano
È il fascino discreto della contaminazione, dell'incontro
tra culture, atmosfere, facce e lingue.
Quello che rende uniche città come Sarajevo, Gerusalemme. O come Venezia,
Napoli, Istanbul. Queste ultime tre sono proprio le protagoniste della stravagante
operazione imbastita da Gerardo Balestrieri per questo suo secondo disco.
Canzoni napoletane della tradizione rivestite da sonorità mediorientali,
per uno spettacolo (poi diventato disco) concepito e suonato a Venezia, città
d'adozione del partenopeo Balestrieri. Scrive lui stesso nelle note di copertina:
"L'idea di questo disco mi è acquaticamente balenata in mente
un giorno quando in barca da San Marco guardando il bacino, mi sono comparsi
il Vesuvio e il Bosforo tra l'isola di San Giorgio e la Giudecca, Napoli,
Venezia e Istanbul: armoniose, sincretiche, città
.da far incontrare
attraverso la musica. Ho scelto la forma canzone, quella napoletana che meglio
conosco e che desideravo incidere da tempo per tentare il sogno: Napoli città
storicamente aperta alle contaminazioni che s'imbatte nella Istanbul imperiale
attraverso Venezia porta tra Oriente ed Occidente, questa volta non in guerra
ma
in musica ".
Dichiarazioni di intenti ambiziosa. Per l'ennesima rivisitazione di un repertorio,
quello della canzone napoletana, vitale quanto si vuole, ma che di certo non
ha bisogno di essere riscoperto (basti pensare alla fortuna popolare delle
interpretazioni di Renzo Arbore e allo splendore di quelle firmate dalla coppia
Massimo Ranieri-Mauro Pagani)... In questo caso c'è il valore aggiunto
di una scommessa, quella di tentare un azzardo, un esperimento musicale totalmente
inedito.Lo si capisce dagli strumenti utilizzati, che hanno i seguenti nomi:
Kanun-Santur, oud, tar, saz, bouzuki, cumbus, accordeon, daf, zill, bass kementche,
ney, kaval, daf, tombak, darbuka, riqq, mazhar. Niente mandolini, quindi.
Immaginiamo, per esempio, che qualcuno di voi che non ha mai sentito prima
"'O guappo 'nnammurato", canzone di Raffaele Viviani del 1917 la
ascolti per la prima volta nella versione (splendida) strumentale contenuta
in questo disco senza sapere nulla prima del progetto. Non credo che direbbe
che si tratta di una canzone napoletana, quanto piuttosto di un brano di provenienza
mediorentale (per dirla con Balestrieri "un'area molto più ampia
che va dal Maghreb alla Persia"). Stesso discorso per il finale di Core
'ngrato.Questo per dire che l'azzardo di un incontro mai sperimentato prima,
in una maniera un po' misteriosa, è riuscito. Forse perché,
come dice ancora Balestrieri, "dalla struttura armonica, alle melodie,
ai passaggi obbligati, all'uso di una scala musicale comune, ai ritmi, la
canzone napoletana ha da sempre in sé qualcosa di profondamente "turco"".
Forse semplicemente perché l'ensemble scelto da Balestrieri (l'Arif
Azerturk ensemble è composto da musicisti dell'Azerbaijan, dell'Armenia,
dell'Iran, della Tunisia, da Venezia, da Napoli, dalla Grecia, da Istanbul)
ha saputo creare una miscela un po' magica, un suono scabro ed evocativo,
arcaico e coinvolgente, che calza e incalza le melodie napoletane.
Il repertorio è dei più classici e spazia lungo un arco temporale
di quasi 100 anni, dal 1886 di "A Marecchiare" di Salvatore di Giacomo
al 1975 di "Nascette 'nmiezz 'o mare" di Roberto De Simone . Quest'ultima
è "un lungo intermezzo", tra le due parti del disco, una
sorta di storia satirica di Napoli in versi, unico deragliamento dal repertorio
più tradizionale, all'interno del quale figura a buon diritto anche
Renato Carosone, autore di cui Balestrieri re-interpreta in questo disco tre
canzoni ("Maruzzella", "'O Sarracino", "Caravan petrol").
Un vero e proprio omaggio, quasi a marcare una particolare vicinanza con lo
stile ironico e divertito del grande Renato. Poi ci sono le classiche canzoni
d'amore, quelle da guapperia, in un viaggio senza preclusioni, senza confini
("il repertorio nel suo preciso navigare tende a cancellare le differenze
tra musica colta, popolare sceneggiata, macchietta ecc.", spiega Gerardo),
che affida alle sonorità dipinte dall'ensemble il compito di dare una
profonda unitarietà al lavoro.
Alla voce rauca e graffiante di Gerardo si affianca (e in un paio di canzoni
viaggia anche da sola) quella di Paola Fernandez dell'Erba, cantante argentina
di origini lucane. Ennesimo esempio di contaminazione in un lavoro che è
qualcosa di più di un disco, è un'operazione culturale. Che
non può non far tornare alla mente quella fatta da Fabrizio De André
e Mauro Pagani 25 anni fa. E che, come quella, è un'operazione carica
di rischi. Perché quasi sicuramente scontenterà i puristi della
canzone napoletana, che faranno fatica a riconoscere i loro classici rivestiti
di caffettano, pantaloni rigonfi e babbucce. Dall'altra parte i cultori delle
sonorità mediorentali forse non gradiranno la scelta di piegarle alle
melodie napoletane. Chi ama mischiare le carte, chi è abituato a scoprire
il bello della contaminazione, invece, sarà piacevolmente coinvolto
nell'invito al viaggio lungo l'immaginaria rotta tracciata da Balestrieri
tra Venezia, Napoli e Istanbul. Bon voyage.
Silvano Rubino
Bielle, 15 set '09
Un po' guappo e un po' guitto, Gerardo Balestrieri si cala nella parte dell'apolide veneziano. Metà del cuore rivolto a Napoli, la natia Napoli. L'altra verso il Bosforo, d'onde proviene l'Arif Azerturk Ensemble, quintetto tradizionale turco che condisce di folto esotismo l'estro e i languori mediterranei di pezzi storici del canzoniere napoletano quali Maruzzella, 'O guappo 'nnammurato e Caravan petrol. Non contento, Balestrieri ha chiamato a collaborare Paola Fernandez Dell'Erba, cantante argentina di origini lucane, col risultato che già con l'iniziale A Marecchiare siamo ubriachi di latinerie tanghesche partenopee orientaleggianti, roba che fatichi a tener dritta la testa. Così, con Gerardo che volutamente spende una voce più blues possibile - tanto per squadernare ulteriormente le coordinate - si compie questo lungo e denso cerimoniale contaminato e contaminante, dove il mistero è una melma felpata e struggente (sentitevi la straordinaria Scetate), dove una Tammurriata nera può ritrovare il senso di dramma perduto nelle troppe versioni macchiettistiche, dove una Nascette mmiezz'o mare si aggira laconica e fatalista pennellando il ritratto d'una città-mondo come avrebbe potuto (e amato poter fare) Fabrizio De André.
Balestrieri è un visionario che non si fa troppe illusioni, uno che coltiva il proprio golfo mistico di suggestioni e lo porta in giro con amore tanto appassionato quanto discreto. Tuttavia, non è uno che si tira indietro se, come in questo caso, c'è da spendere il proprio cent riguardo al tema (scottante) del sincretismo culturale. Certo, mi piacerebbe risentirlo più "cantautore", ma sospetto che farà sempre semplicemente quel che gli parrà opportuno. Bontà sua.
Stefano Solventi
Schegge:
Con Un turco napoletano a Venezia nomination al Tenco 2009 nella categoria "Miglior interprete" - Gerardo Balestrieri si appropria del patrimonio musicale millenario dell'area mediterraneamediorientale dando vita a un'originalissima forma di blues migrante che evoca inconsciamente le storiche gesta di Alessandro Magno. Grazie alla collaborazione con un gruppo di straordinari musicisti italiani e turchi che lo accompagnano, classici della tradizione partenopea come 'O Sarracino e Core 'ngrato assurgono a nuova vita in uno scenario privo di asfissianti e ciechi vincoli nazionalistici e, soprattutto, di sciocche limitazioni al conato creativo. Balestrieri guarda avanti e sembra vedere più lontano di chiunque.
Matteo Ceschi, Musica & Dischi ottobre '09
Napoli-Venezia-Istanbul
Luca Barachetti
Chiudendo la recensione del bell'esordio "I nasi buffi e la scrittura musicale" di due anni fa il vostro recensore si chiedeva dove lo avrebbe portato Gerardo Balestrieri, il più geografico e apolide dei nostri cantautori, nel secondo episodio della sua discografia. Ecco la risposta: a Napoli. Ma anche a Venezia, e passando per Istanbul. Un turco napoletano a Venezia riprende dodici canzoni della miglior tradizione partenopea (ci sono tra gli altri Di Giacomo, Carosone, Gaeta, Viviani, De Simone) e le riarrangia con sonorità e atmosfere turco-arabo-persiane ("anatoliche" le chiama con inesattezza geografica ma precisione evocativa la presentazione del disco) suonando e registrando il tutto nell'estate 2008 al Teatro Fondamenta Nuove della città lagunare, dove Balestrieri vive.Idea non certamente nuova quella di riunire in musica le due sponde del Mediterraneo, e utile per togliere alle canzoni napoletane quella patina di populismo da cartolina che spesso si portano dietro, ma Balestrieri svolge il tutto con spirito personale. Al di là infatti della qualità degli arrangiamenti, che a volte sottolineano angolature inattese (il ricamo blues di Maruzzella, la sontuosità speziata di Scetate), è la "venezianità" di queste interpretazioni ad emergere ascolto dopo ascolto. Ovvero un sostrato scuro e umidiccio come quello che permea tanti degli angoli della città, ma anche un'impronta mescolante e multietnica, da vero porto di scambio per intenderci, che dentro ad un repertorio inscalfibile come quella napoletano - e per questo a suo agio con oud, bouzouki, santur e darbuka - infila richiami spagnoleggianti (nella pronuncia del titolare, affiancato alla voce dalla brava Paola Fernandez Dell'Erba), embrionali ritmiche salentine, andature greche, cadenze mitteleuropee. Per un cosmopolitismo pari alla stessa essenza di Gerardo Balestrieri. Un artista da zibaldone di culture, che accatasta e mischia, alla continua ricerca di un'identità sfuggente e per questo unica.
18 set '09
Gerardo Balestrieri vanta esperienze diverse
e ricche, compresi tre Premi Tenco. Il suo ultimo progetto utilizza lo sguardo
di cui può godere una mente aperta. E così Balestrieri rimescola
le carte della memoria musicale partenopea, rileggendo i classici con spirito
ottomano. Senza mai tradire la tradizione, affida le radici vesuviane alle
cure dell'ensemble mediorientale di Arif Azerturk. Il tutto avviene a Venezia,
luogo dove il sincretismo si compie, la porta dell'est.
Secoli di mescolanza e di canzoni amatissime vengono riviste dalle voci di
Balestrieri e di Paola Fernandez Dell'Erba, argentina di origini lucane, e
da musicisti armeni, tunisini, iraniani, turchi; ma anche di Napoli, Venezia,
greci
Da "Canzone appassionata" (1922) a "Maruzzella"
(1955), da "A Marechiare" di Salvatore Di Giacomo (1886) a un paio
di classici carosoniani anni '50, da "Guapparia" di Raffaele Viviani
(1914) a "Nascette mmiezz 'o mare" di Roberto De Simone (1975),
il repertorio svaria liberamente, giocosamente.
In realtà l'immanenza turca dentro la musica napoletana è innegabile
"a prescindere", come direbbe Totò. Pensiamo a certe melodie
("Scetateve guagliun'e malavita" e molte altre), a tante armonie;
pensiamo a Carosone. Balestrieri porta in superficie una vena che sta(va)
già sotto, ne evidenzia i tratti. E, particolare non secondario, ne
affida l'esecuzione a musicisti dell'Asia Minore, con strumenti mediorientali:
oud, bouzuki, saz, ney, kaval, santur.
Gianluca Veltri, Il mucchio ottobre '09
Un turco napoletano a Venezia
Il nome di Gerardo Balestrieri non dovrebbe trovare spiazzato chi si occupa
con attenzione di cantautorato. Il trentottenne giramondo (è nato a
Remscheid, in Germania, ma poi si è spostato non poco) è stato
infatti già tre volte al Premio Tenco, dove in particolare, nel 2007,
il suo "I nasi buffi e la scrittura musicale" è finito secondo
fra le opere prime dell'anno. Identico destino tocca oggi a questo suo nuovo
lavoro, però, stavolta, nella categoria interpreti. Perché di
album d'interprete, pur con un occhio molto "cantautoriale", si
tratta. La particolarità nasce dal porsi di fronte a un repertorio
ricchissimo come quello napoletano ammantandolo di sonorità inusuali,
esotizzanti quanto preziose, evocative, cariche di charme. Sono le sonorità
degli strumenti che fanno capo a latitudini "altre" (la Turchia
del titolo, ma non solo), dove Venezia, oltre che attuale "patria"
del Nostro, incarna un po' - si direbbe - lo sguardo, la "porta",
da cui verso tali latitudini possiamo almeno idealmente sporgerci noi occidentali.
Il risultato, diciamolo subito, è maiuscolo. Alternandosi alla voce
con Paola Fernandez Dell'Erba, Balestrieri attraversa brani di Carosone (tre),
Viviani, Di Giacomo, ecc. con un occhio monolitico, che è poi quello
offerto dallo straordinario apparato strumentale di cui sono portatori i musicisti
da lui convocati, in un fitto intrecciarsi di corde (soprattutto), fiati e
altro. Ci sono brani che l'ascoltatore collegherà a letture più
recenti rispetto agli originali (gli anni di nascita dei brani vanno dal 1886
di A Marechiare al 1974 di Nascette 'mmiezz 'o mare, di Roberto De Simone),
tipo gli Avion Travel per Canzone appassionata o la NCCP per Tammurriata nera.
Ma qui c'è sempre qualcosa di diverso, un occhio - come si diceva -
del tutto speciale, intriso di suggestioni inedite, non di rado inattese.
Un disco preziosissimo, come si sarà capito.
Alberto Bazzurro
L' isola che non c'era 24 set '09
Gerardo Balestrieri - Un turco napoletano a Venezia
Sincretica simbiosi tra Posillipo, la laguna ed Istanbul
Cosa ti puoi aspettare da uno che si laurea con una tesi dal titolo L'estetica
del vuoto nel buddhismo applicata alla struttura ritmica della bossanova?
Semplicemente una osmosi culturale senza confini con l'Arif Azerturk Ensemble
di Istanbul.
Questo nuovo disco del "tedesco/veneziano" Balestrieri e' fatto
di 12 quadri: tante sono le canzoni riprese, svuotate dai contenuti artificiosi
e rimesse a nuovo, facendo finta di comporle in una terra di sogno, posta
tra il Maghreb e la Persia.
E' infatti vero che questo lavoro presenta una stralunata analisi e visione
intorno alla canzone napoletana visitata in stile "anatolico" con
musicisti e strumenti provenienti da Napoli, Venezia e dell'Asia Minore, ma
e' altrettanto vero che il direttore dell'intero progetto e' e rimane il Balestrieri,
anche se l'inizio del cd ad accoglierti e' una odalisca: quella voce femminile
in A Marechiare ti porta in dote un antipasto di un luculliano banchetto,
dove le spezie a volte sono piu' forti del piatto preparato.
Dice il Balestrieri che ..L'idea di questo disco mi e' acquaticamente balenata
in mente un giorno quando in barca da San Marco guardando il bacino mi sono
comparsi il Vesuvio e il Bosforo tra l'isola di San Giorgio e la Giudecca...
e possiamo facilmente immaginarci la scena, perche' nel disco vi sono tutti
gli elementi per ricostruirla: un vento dolce, una serie di amici di contorno,
un bicchiere di qualche vino deciso e tanti neuroni che corrono nel cervello.Gerardo
Balestrieri è nato a Remscheid l'11 giugno del '71 ed attualmente (per
ragion di camminare) vive a Venezia: se a questa miscela alchemica aggiungi
le sue origini, ne abbiamo una caldera da cui magicamente esce un autore a
cui la parola confini procura conati di vomito o altri disturbi psicosomatici:
parodiando il grande Toto', il titolo del suo nuovo disco e' il pamphlet di
un suo percorso lavorativo, perche' forse Un turco napoletano a Venezia e'
lui stesso o anche noi, magari in maniera inconscia. Poiche' e' vero che Napoli
e' una citta' storicamente aperta alle contaminazioni, confermiamo che in
questo disco s'imbatte nella Istanbul imperiale attraverso Venezia porta tra
Oriente ed Occidente: tutto questo per una volta non succede in un panorama
violento e di guerra, ma in musica.
Ci dice l'autore ...Son partito da una canzone precisa che ha poi trascinato
le altre in un vario repertorio: trattasi di Scetate la piu' turca di tutte
(per turco non e' da intendersi esclusivamente la Turchia/Istanbul come area
d'incontro).... Mi e' sembrato naturale pensare ad un repertorio eseguito
con strumenti mediorientali, come se fosse suonato cosi' da sempre. Di Napoli
ho scelto la canzone, dai turchi e' arrivata la dolcezza e l' improvviso impeto,
l'ospitale Venezia ha offerto le fondamenta per sostenere tutto questo
.Vincitore
di parecchi festival italiani, Balestrieri ha concentrato in questo disco
una visione intorno alla canzone napoletana sviscerata con musicisti e strumenti
provenienti dall' Azerbaijan, dall' Armenia, dall' Iran, dalla Tunisia, da
Venezia, da Napoli, dalla Grecia e soprattutto da Istanbul: tutto cio' gli
e' stato possibile con la voce di Paola Fernandez dell'Erba cantante argentina
di origini lucane. Come confessa Tito Livio, quegli zotici che vivono sugli
Appennini lucani, sono tosti e coriacei come animali, ma nelle loro esternazioni
culturali sanno essere ammalianti: di questa apparente contraddizione, noi
lucani ne siamo orgogliosi.
Ricordiamo l'importanza dell' Arif Azerturk Ensemble di Istanbul che e' il
trait d'union dell'intero Un turco Napoletano a Venezia, originale visione
intorno alla canzone napoletana visitata in stile ottomano con musicisti e
strumenti dell' Asia Minore.
Giancarlo Passarella
MusicalNews.Com 27 set '09
...Tra le nomination del Premio Tenco nella categoria degli interpreti spicca Gerardo Balestrieri con "Un turco napoletano a Venezia". Tedesco di nascita, apolide per vocazione, laureato all'Orientale, già collaboratore con E Zezi, Balestrieri nel cd rivisita i classici partenopei in stile ottomano con la collaborazione di musicisti provenienti da Venezia, Napoli, dall'Argentina e soprattutto da Istanbul. Tra "Maruzzella" e "Guapparia", "Tammurriata nera" e "Core 'ngrato", Balestrieri continua il suo percorso nel Mare Nostrum ponendo l'accento sull'interculturalità e lo scambio tra tre città: Napoli, Venezia e Istanbul.
Il mattino 11 set '09
Balestrieri a metà strada tra Napoli e Turchia
Venezia
Un Teatro Fondamenta Nuove affollatissimo ha ospitato l'ultimo progetto del
cantautore Gerardo Balestrieri, nato nel 1971 a Remscheid città tedesca
nella Renania settentrionale - Vestfalia. Dopo una settimana di prove quotidiane
in teatro che sfoceranno quanto prima in un cd il cantautore ha presentato
"Un turco napoletano a Venezia" vale a dire un repertorio di famosissime
canzoni napoletane in stile ottomano, perché la canzone napoletana,
sostiene l'interprete ha da sempre in sè qualcosa di profondamente
"turco" termine che indica oggi l'asia minore, dalla struttura armonica,
alle melodie, ai passaggi obbligati. Lo spettacolo, inizialmente strutturato
in due atti, poi svoltosi in un lungo set unico, vista la calura, di oltre
90 minuti è iniziato con un duo voce contrabbasso suonato con l'arco
tra Balestrieri e il veneziano Loris Tagliapietra, che hanno rivisitato "Napule
è" di Pino Daniele. Il leader ha quindi chiamato sul palco Arif
Azerturk ensemble, quartetto diretto diretto da Arif Abdullazade maestro di
oud, termine che designa il liuto nel vicino oriente e che significa "bastone
flessibile", e completato da Sinan Celik al Kaval e al Ney, due tipi
di flauti il secondo dei quali consiste di una canna di circa sessanta centimetri
provvista di cinque o sei fori per le dita, da Muserref Dilek Zertunç,
impegnata al bass kementche, viella ad arco a quattro corde che ricorda il
violoncello ed alla bravissima Didem Dermen al Kanun cetra trapezioidale a
26 corde triple pizzicate con pletri metallici.
Interessante la cantante di origine argentina Paola Fernandez dell'Erba che
ha cantato sia da sola che in duetto con il leader...Applausi e grida di gioia
hanno indotto l'ensemble a due applauditissimi bis.
Giovanni Greto, Il Gazzettino 6 agosto '08

Cose, geografie, maledizioni
di
Luca Barachetti
Ora, dopo aver ascoltato e riascoltato più volte l'esordio
di Gerardo Balestrieri, io sarei proprio curioso di vedere com'è casa
sua. Non tanto quante stanze ha, quanti bagni, se ha il garage o meno. No.
Io vorrei sapere com'è il letto, come sono i mobili, cosa ha in frigorifero
e soprattutto: se ha o meno un ripostiglio. Gerardo ce l'hai un ripostiglio?
Perché se ti manca io penso che tu abbia qualche problema a muoverti
per casa. Uno che fa un disco d'esordio e ci mette dentro così tanta
roba, e tutta proveniente da posti così diversi e tutta davvero vissuta
sulla pelle e non come artificio esotico portato dalle ultime vacanze solidali
in Africa Centrale, qualche problema di spazio in casa deve averlo per forza.
Uno così non può aver buttato via tutto. Uno che ha applicato
alla vita vissuta fino ad oggi lo stesso adagio applicato al maiale, del quale
come è noto non si butta via niente, deve avere la casa piena di oggetti.
Ma non souvenir, proprio oggetti. Strumenti musicali, piatti, tappeti, maschere,
spezie, sabbie, pietre, fiori secchi, dizionari, libri in dodici lingue diverse,
orologi, stufe, almancchi. Ovunque. Da non riuscire a muoversi.
Leggetevi la biografia sul suo sito. Balestrieri non la dice tutta. Mancano
un sacco di luoghi che ha visto, un sacco di cibi che ha mangiato, un sacco
di profumi, suoni, musiche che ha annusato, sentito, ascoltato. Manca la geografia.
Per uno così la geografia è biografia. E nemmeno I nasi buffi
e la scrittura musicale riesce a raccontare tutto. Racconta un po', con una
manciata di canzoni che sono punti sulla cartina sui quali Balestrieri rimbalza
come una biglia da flipper, portandosi via ogni volta qualcosa e infilando
quel qualcosa nel qualcosa portato via da un altro posto. Se dovessimo dire
da dove è partito diremmo che, come molti, Gerardo Balestrieri è
partito ascoltando tanto Paolo Conte e Tom Waits. Ma lui in realtà
non è partito, ha sempre viaggiato e basta, dunque Conte e Waits li
ha ascoltati sì, ma in viaggio. E ad un certo punto del suo viaggio
è arrivato in Salento e si è portato via una tammorra che ha
messo in Saria con una manciata di versi da Salgari ubriaco ("ditemi
perché al sultano del Brunei / ieri gli bruciava un po' il culo").
Poi è andato su in Francia, a Marsiglia, ma non prima di esser balzato
indietro di una quarantina d'anni trovandosi d'improvviso al tavolo di un
bar con Buscaglione (Furto ai nobili di Rue Berget). Un traghetto per la Grecia
da Marsiglia lo si trova sempre e là - a Salonicco? A Kalamata? - ha
pure imparato la lingua con cui canta Palamakia, una canzone tradizionale
ellenica che dice tre cose tre ma è un concentrato di disperazione
(per cosa? Per una donna, ovviamente). A Salonicco, o a Kalamata, una sera
ha incontrato Nick Cave che stava cercando la strada per tornare al suo ufficio,
dove ormai da alcuni anni scrive canzoni otto ore al giorno come un normale
impiegato. Balestrieri, non sapendo nulla dell'ufficio, gli ha invece proposto
di fare insieme a lui un giro per il Mediterraneo, prima meta la Turchia.
In barca hanno scritto insieme la bellissima Quando il diavolo t'accarezza,
con il cumbus turco a vergare patemi blues e il testo che gioca a ricombinare
tra loro alcuni proverbi popolari - Cave, che di proverbi non sa niente, non
ha poi firmato il testo ed è sceso al Cairo. Dalla Turchia riparti
per il Mediterraneo, impara a suonare quella decina di strumenti tra darbouka,
fisarmoniche e clarinetto e torna in Francia, dove ad aspettarti c'è
Boris Vian che ti dice: dai, traduci in italiano La java des B. A. come la
farebbe il primo De Andrè. Detto, fatto, eccola: un tre-quarti simil
valzerino che a dirla giusta sembra anche un po' Brassens. Poi viene l'inverno
e allora serve una stufa. Si passano le Alpi e si scende in Piemonte a scaldarsi
con il Blues del Putagè, che appunto è la stufa - perché
scendere in Piemonte? Quell'"antico, svizzero, elefante" del testo
sa ancora di Conte: bisogna pur tornare ad un certo punto per vedere come
sta l'Avvocato.
E così ecco la trottola-Balestrieri, che però dopo tanto girare
capisce che è il tempo di fermarsi. Il gusto nel niente e nel sorridere
è un bilancio esistenziale e contemplativo che non sa di nulla in particolare
se non della pasta di cui sono fatte le canzoni belle. Ma poi via di nuovo.
Gli manca Vian, torna da lui, insieme vanno a Barcelone e la cantano con il
fumo nella gola e il megafono davanti alla bocca. Lì a quel punto,
quando Vian è tornato a casa e la solitudine lascia subentrare la fantasia,
cosa ci vuole a partorire una ballata polverosa come Canto Sesto se una sera
ti ritrovi a vedere un film di Sergio Leone con un libro di Ungaretti in mano
mentre non ti lascia il ricordo di quella donna le cui movenze "fomentano
la febbre"? Niente, ma poi finalmente si torna a casa. O meglio: si torna
a Napoli, a cantare Fenesta vascia con in bocca un mezzo retrogusto di milonga,
e si riparte ancora. Perchè la vera casa alla fine è la Francia,
dove Balestrieri ritorna per cantare Baudelaire (L'ame du vin) e una maledizione
che non troverai solo qui o là come un tessuto o una spezia, ma ovunque.
E questo lo sa soprattutto Chi ha visto planare gli angeli, inno finale di
un apolide che oltre ad essere intrinsecamente maudit è un animale
"disadattato" e "antisociale". Dunque non è solo
biografia la geografia, ma esistenza. Al prossimo disco chissà dove
ci porterà Gerardo Balestrieri, chissà quante cose ancora da
mostrarci in casa sua, chissà ancora quale maledizione.

Non sembra intimorito Gerardo Balestrieri, uno degli artisti selezionati per l'Opera Prima, nel salire sul palco subito dopo la performance dei magnifici 5! Si presenta con un liuto turco e "veste" Tenco di abiti mediterranei eseguendo una bella e particolare rilettura di "Se potessi amore mio"; passa poi al pianoforte per il suo brano " Il gusto nel niente e nel sorridere"
Lucia Carenini, Bielle 18 novembre 2007

Intervista originale con John Vignola
Nato a Remscheid, girovago per vocazione, attento agli incroci di culture (si è laureato a Napoli all'Istituto di Orientalistica, approfondendo però la spiritualità nella cultura brasiliana) e sempre in movimento, sia artisticamente sia come semplice essere umano. Gerardo Balestrieri ha superato i trent'anni, non da troppo, ma continua a cercare. Lo testimonia il suo disco degli ultimi mesi, "I nasi buffi e la scrittura musicale" (Interbeat/Egea), ben accolto per esempio dal Premio Tenco, dove l'artista si è esibito con una cover di Tenco - "Se potessi amore mio" - intensa e nello stesso tempo divertita. Un disco che è l'opera prima a suo nome, nonostante un percorso ricchissimo, fra i Novanta e questo nuovo millennio. Quanto segue è una piccola testimonianza del suo anticonformismo e della sua umiltà.
Nel tuo disco c'è, mi pare, una costante: quella dell'ironia, che allontana l'amarezza, anche se non la scaccia del tutto.
L ironia e l'amarezza son elementi importanti e scandiscono le vicissitudini di queste canzoni
Dietro a questo lavoro non c'è l'idea di girare con la tua musica,
di viverci, anche?
L'idea c'è, eccome. Proprio dal Tenco vorrei trovare nuove possibilità per suonare dal vivo. Non è l ' illusione pura e semplice. Si vive alla giornata, lavoro a Venezia, dove trovo anche i momenti per scrivere. Però, è tutto molto in bilico.
La parola è importante, non solo nelle tue canzoni, ma anche nella
tua vita artistica.
La parola come suono lo è inevitabilmente. Delle volte la ripeto all'inverosimile, fin a farle perdere anche il significato. Mi piace sosituire le vocali come da enigmista, gli incroci, le cose che vengono fuori giocando.
La tua poetica è legata anche al viaggio.
Viaggiare è stato sempre una costante:una condanna a liberarsi
È addirittura importante non saper dove andare?
Non ho detto questo. Però l'incertezza, quando non è angoscia,
è un momento interessante, artisticamente e non solo. L'anno scorso,
per esempio, ho incontrato in Puglia musicisti che arrivavano dalla Grecia:
ho suonato con loro e sono andato fino al Pireo, poi a Napoli, con Tonino
Carotone, intanto ho inciso altre canzoni nuove. È tutto questo e altro
che mi ha portato, alla fine, qui.
Qui, dove?
A questo album. Non avevo idea di come sarebbe finita, stavo andando ad Arezzo per un contratto, in treno mi ha chiamato l'attuale produttore e così ho cambiato binario e direzione
Il disco prosegue, grazie anche a Les Travailleurs De La Nuit, sulle rotte
del chiaroscuro, ma pure della deviazione continua fra popolare e colto, fra
Est e Ovest.
Sì, si va a zigzag.cercando una panottica dimensione
coltivando l'arte dell'incontro
Sei qui al Premio Tenco, in questa edizione completamente dedicato alle sue
canzoni. Secondo te, dove stava la sua grandezza?
Nella profondità Questa ricerca umana e artistica ha dato alla persona come alla sua musica e alle parole un carattere scuro tormentato severo adirato e allo stesso tempo semplice, dolce e di geniale ironia
Anche tu non hai preclusioni, come si diceva.
Mi nutro di cose parecchio diverse fra loro...non sono monogamo...questo ha fatto sì che l'intreccio valga più della forma pura. E l'ironia più della serietà fine a se stessa. E la poesia, alla fine, più della nuda "realtà".
Un autore interessante
Maurizio Costanzo 27 novembre 2007
"Un disco intrigante"
Io Donna, Corriere della Sera novembre 2007
Fugacemente passato per il Premio Tenco 2000 Gerardo Balestrieri ricompare con il suo debutto solista e si guadagna, manco a dirlo, un meritatissimo posto nella cinquina del premio sanremese come miglior esordiente...il Balestrieri cantautore è una piacevolissima scoperta. La voce spinta nel registro più basso, spesso ai limiti del recitato, i suoni acustici volutamente retrò, Balestrieri costruisce il suo album su un ipotetico confine tra Francia anni '50 e Grecia:Gli echi rebetici dichiarati (il 7/8 della bella Palamakia) e meno dichiarati (l'inciso di Quando il diavolo t'accarezza, espiantato da Sarantha Palikaria, canto dei partigiano greci) sono tra gli episodi migliori, insieme alla Java des B.A., virtuosistica traduzione da Vian e al contiano Blues del Putagè
World Music,18 novembre 2007

Lettera Intervista con Matteo Ceschi
Gerardo Balestrieri arriva quando meno te lo aspetti. Furtivo come la notte che lentamente simpadronisce di case e anime, spietato e giocherellone come un gatto sulla sua preda. Picaro e musico di un mondo di nessuno che, volenti o nolenti, ci appartiene, Balestrieri accarezza e stuzzica le nostre ansie sonore e da loro forma trasformandole in ideali compagni davventura con cui affrontare le fitte zone dombra di una contemporaneità stretta e scomoda. I nasi buffi e la scrittura musicale è una mano tesa pronta a afferrare lascoltatore nei suoi attimi di coraggio musicale e a trascinarlo in un vorticoso e coloratissimo viaggio attraverso le spumose e vivaci pieghe del Mare nostrum. Il mare e la musica, fonti di vite smarrite e poi ritrovate nel bel mezzo di nuvole di vapore di un bagno turco. Goccia dopo goccia, il sudore dellartista aggiunge nuove esperienze alle liquide fatiche collettive contribuendo alla storia e alla cultura dei diversi popoli che si specchiano sullomerica tinozza chiamata Mare nostrum. Con il coraggio di Ulisse e lintuito storico di Braudel Gerardo Balestrieri parte dalla Francia e si spinge verso lItalia e la Grecia per poi continuare a disegnare oltre linee di costa destinate a diventare un pentagramma ideale su cui tracciare storie e inconsueti ma familiari itinerari sonori.
Scorrendo rapidamente la tua biografia si ha la netta impressione che tu abbia un forte e privilegiato rapporto artistico/umano con le terre d´oltralpe. Che cosa puoi dire a questo riguardo?
Una certa predisposizione anacronistica mi fa amare della Francia un periodo in particolare:la fine del XIX sec fino ai primissimi anni del '900. Periodo intenso non solo dal punto di vista artistico. Poi è arrivata la passione per Boris Vian e Serge Gainsbourg, il cinema, la fortuna di lavorare col Theatre de la Ville. Mi piace Roland Barthes, tutto quel che Paolo Conte e Fabrizio De Andrè han scritto e tradotto, suono l'accordeon, mangio pere e formaggio e quando posso vado a riscoprir il Sapore di Marsiglia. Ho vissuto due anni tra Langhe e Roero per avvicinarmi un po', preferisco la cultura"laica" di quel Paese dove chi fa musica o arte in genere ha maggiore dignità umana ed economica rispetto all'Italia trovo una certa naturalezza nel pronunciare la "erre" moscia anche se nel riascoltarmi cantare in francese mi ricordo Amanda Lear
Continuiamo a restare in terra di Francia. Sono rimasto particolarmente incuriosito
dal progetto "Sogno Anacronistico di un disadattato del XXI secolo"
ispirato dalle gesta di Alexander Marius Jacob, ladro gentiluomo. Com´è
nato questo concept album?
Il concept è nato nel '99 quando leggendo un libro su Jacob mi sono accorto che avevo già scritto delle canzoni che sembravano essere state ispirate dallo stesso testo. Una vicenda curiosa, i luoghi che avevo immaginato per le canzoni, li ritrovavo nel libro come anche i nomi e le strade. Mi ha folgorato un episodio in particolare: l'ambientazione della canzone Furto ai nobili di Rue Berget contenuta nel disco. Avevo scelto Rouen puntando il dito a caso sulla carta geografica e la stessa città me la ritrovavo poi tra le pagine del libro di Bernard Thomas
Non hai mai pensato di innaffiare con le tue vivaci note "La Marseillaise"
e altre canzoni dell´epoca rivoluzionaria?
Sono un ribelle solitario senza rivoluzione
Un bel concerto a Parigi, magari nelle strade del Marais insieme a un piccolo ensemble di musicisti klezmer. Visti i tuoi ampi orizzonti sonori potrebbe essere un´idea stuzzicante, che te ne pare?
Mi aumenta la salivazione organizziamo? Al klezmer preferirei musicisti di Izmir o persiani
Dal Midi francese alla Grecia (mi trovi sempre d´accordo). Com´è
avvenuto il passaggio?
Sul Ponte del Tormento. Son passato dai bordelli parigini,
ai bicchieri rotti nelle taverne cretesi come da Robert Johnson a Marc Ribot.
Lancinante, la sensualità spesso arriva dalla disperazione, si fa musica,
canzone e mi cattura
Ouzo o raki?
Raki quello che fanno a Creta
Avvicinandoci sempre di più al tormentato e affascinate Medio oriente,
hai mai pensato di lavorare a un progetto video-musicale sulla tragedie dei
nuovi popoli migranti?
Sto lavorando su quelle passate: Smirne che brucia nel 1923 con migliaia di profughi verso la Grecia è un quadro terrificante "gattopardato".Il progetto per ora è solo musicale, affronto un po di canzoni di quel periodo al video ci stiam pensando
Il tuo rapporto con la musica e gli strumenti di altri continenti.
Oltre a qualche strumento tipicamente occidentale
detengo e suono: daf, baglamas, sonagli armeni, cumbus , darbuka di varie
origini, un kamantchè persiano e un oud siriano, il glockenspiel, una
chitarra Eco anni '60
Un rapporto di curiosità e casualità
spesso gli eventi
mi portano a conoscere e ascoltare altre volte non trattengo l'impeto e mi
muovo verso nuovi orizzonti sonori Una volta sono andato a Istanbul solo per
entrare da Mustafa a Taxim comprare strumenti e ripartire
Cosa ami ricordare della tua esibizione con Stefano Bollani al premio Tenco
del 2005? Con Bollani hai per caso in cantiere dei progetti?
Al DopoTenco 2005 a un certo punto sul palco
mi son ritrovato con Stefano Bollani, Ellade Bandini, Francesco Guccini, Sergio
Cammariere e Mauro Pagani
ho pensato: ancora non ho una lira ma fra un
po' la smetterò coi subaffitti e troverò una degna sistemazione!!!
Con Bollani nessun progetto e non so neanche se si ricorda del sottoscritto
Intanto ho casa fissa ma la situazione è migliorata di pochissimo
Passiamo ora a "I nasi buffi e la scrittura musicale". Bastano poche
note per essere trascinati in un avvincente viaggio alla Braudel in giro per
le differenti aree musicali mediterranee. Come hai vissuto e come vivi il
tuo rapporto con il generoso Mare nostrum?
Il mare in generale mi riporta ad orari e
ritmi più naturali, l'insonnia cede il passo a camminate mattutine,
mi piace comprare fragili canotti e rischiare il largo.La costa orientale
della Sicilia mi ha rapito più volte
C'è stato un periodo che prendevo case al mare d'inverno, poi ad aprile
fuggivo dai pranzi a sacco dei bagnanti, dalle creme abbronzanti, dalla promisquità
Negli
anni in Piemonte il mare mi è mancato
Di notte dal balcon volgevo
lo sguardo verso un area semindustriale con un enorme albergo colorato di
luci. E così immaginavo che lo spazio fosse il golfo di Napoli e l'hotel
un piroscafo che mi aspettava
"La java des B.A." e "Palamakia". Quali sono le storie
dietro queste due canzoni?
La java più che una canzone è
una risoluzione immaginaria del patafisico del jazz Anni fa mi son divertito
a tradurre Boris Vian e a interpretarlo.Anche Barcelone contenuta nel disco
ne è una roca devozione.
Palamakia è una vecchia canzone ellenica. Batti le mani, batti i tacchi
sul cemento
mi stai uccidendo col tuo modo di danzare
Ho deciso
di inciderla dopo aver suonato e canticchiato con un gruppo di amici cretesi
nel 2006
Qualche anno fa girando per la Grecia in camper proponevo la "mia"
versione ai conoscenti per capire il riscontro e dalla Calcidica ad Atene
han sorriso e apprezzato
Charles Baudelaire e Boris Vian due fonti d´ispirazione, due modelli
e cos´altro?
L 'odor dei fiori del male, la sottile ironia e il sarcasmo sulla schiuma dei giorni passati e futuri
Anche se "I nasi buffi e la scrittura musicale" è a tutti
gli effetti un disco d'esordio, considerare il suo ideatore un emergente significherebbe
sottovalutare l'operato artistico-musicale del polistrumentista Gerardo Balestrieri.
Più che un disco d'esordio, "I nasi buffi e la scrittura musicale"
è invece una raccolta di brani vecchi e nuovi che il musicista dedica
in parte al marsigliese Alexander Marius Jacop (ladro beffardo e gentiluomo
che ispirò Le Blanc per il suo Arsenio Lupin, ndr). Un disco che racchiude
dieci anni passati tra concerti, teatri, festival e programmi tv e che giunge
a coronare il lavoro sin qui svolto da questo autore ed interprete dei giorni
nostri, o come lui ama definirsi cantante apolide.
In questo disco Balestrieri riesce magistralmente a coniugare le diverse espressioni
musicali dimostrandosi un musicista (autore e compositore) a 360°: un
lavoro denso fatto di ritmi che vanno dal jazz alla bossanova passando per
il tango, lo swing, gli echi mediterranei ed arabeggianti, la chanson francese,
il folk, il blues e mostrando anche una leggera inclinazione al rock.
I testi scritti si presentano contemporaneamente stravaganti, malinconici
ed ironici; basti ascoltare brani quali "Chi ha visto planare gli angeli",
"Il gusto nel niente e nel sorridere" e "La java des B. A.".
In altri invece si cimenta nel musicare scritti di grandi poeti del passato
come Giuseppe Ungaretti (in "Canto Sesto"), Charles Baudelaire (in
"L'ame du vin") o un anonimo napoletano del '500 (in "Fenesta
vascia").
Musicista tout-court, Balestrieri nelle sue composizioni si avvicina molto
al modo di fare canzoni di diversi cantautori italiani come Paolo Conte in
"Furto ai nobili di Rue Berget", una ballata swing che rimanda molto
alla canzone d'autore francese... Le sue canzoni sorprendono per un'espressività
musicale che travalica i confini nazionali, ma va anche oltre nella lingua
e nel suono: la canzone francese viene più volte rimarcata ("Saria"
e "Blues del Putagè"), ma troviamo anche richiami a suoni
più mediterranei come in "Palamakia" e "Barcelone".
Le melodie piacevoli fanno da supporto ad un cantato cupo, che mostra varie
sfumature dando una particolare impronta alle singole canzoni, tanto da far
sembrare "Quando il diavolo t'accarezza" un brano dei C. S. I. o
"Canto Sesto" di Mark Lanegan. L'uso di svariati strumenti poi colora
in modo particolare i pezzi, mostrando anche degli ottimi arrangiamenti.
Balestrieri si affianca di validi collaboratori e amici come Virginio Tenore
voce e tammorra nella tammorriata che fa da intro al brano "Saria";
Daniele Sepe sax tenore in "Furto ai nobili di Rue Berget"; Giovanna
Guiglia voce in "Palamakia"; Ilaria Graziano voce in "Chi ha
visto planare gli angeli" e tanti altri.
Con questo esordio Gerardo Balestrieri potrebbe allargare di molto il suo
pubblico entrando di diritto tra i più validi "cantanti apolidi"
di quell'albero infinito che è la musica.
Alfonso Fanizza
Mescalina,12 novembre 2007
Stefano Crippa
Alias, Il Manifesto
Sabato 3 novembre 2007
Lui si definisce cantante apolide e ascoltando il suo cd si
può dare conferma a ciò. Gerardo Balestrieri sa come dosare
bene le sue varie contaminazioni musicali e all'interno del cd troviamo musica
per tutti i gusti. Si parte con "Saria" una canzone stile francese,
con un non so che di partenopeo, ma al tempo stesso gitano, con violino e
fisarmonica che fanno a gara a chi va più veloce. Puro swing Jazz è
"Furto ai nobili di rue Berget" con protagonista l'ottimo sax di
Daniele Sepe. Resta facilmente impressa "Palamakia" filastrocca
greca, che volentieri ti fa "battere le mani" (Palamakia appunto)
seguendo il ritmo ellenico. Ballata per un verso cupa e per l'altra divertente
è "Quando il diavolo ti accarezza", con testo curiosamene
costruito su proverbi travolti e stravolti, nonchè sdoppiati nell'interpretazione
(un esempio tra tutti:
l'abito non fa il monaco ma il sarto
).
"Barcelone" ha una melodia molto delicata, con strumenti musicali
appena sfiorati tesi a non disturbare una voce filtrata elettronicamente (stile
voce al telefono) che racconta di una storia d'amore.
Chanson francaise, blues, jazz, musica popolare e non solo: in questo cd vengono
musicate poesie di artisti famosi. Con rispetto per l'arte, Balestrieri riprende
"Canto Sesto" di Ungaretti, Fenesta Vascia di un Anonimo del 500
e "L'ame du vin" tratta da una poesia di Baudelaire.
Le riveste di una musicalità sorprendente che riempie di emozioni nuove
le poesie che già in loro esprimevano molto. Davvero simpatica la storia
di "La Java des B.A." fatta di zii, bombe atomiche, governi e presidenze.
Come si fa spesso, mi verrebbe da associare Gerardo Balestrieri a molti nomi
del cantautorato italiano, ma alla fine le associazioni si annullano. Concludo
apprezzando la ricetta di Balestrieri per passare le serate freddine dell'autunno
ormai arrivato: "
.castagne, china calda e vin brulè
Flavio Bilato
DiRadio, 15 ottobre 2007.
"Ai traslochi, a tutte le macchine riempite e svuotate,
alle stanze, al garage, allalbergo, ad Agata, allAmore ai debiti".
I ringraziamenti parlano chiaro. Gerardo Balestrieri pare non sappia stare
fermo in un punto. Estroso nel suo percorso artistico che lo ha condotto allalbum
desordio, eclettico nel genere che propone. Classe 1971, nato a Remscheid...
ha affrontato una serie di esperienze molto diverse...fino a diventare un
apprezzato cantautore. La sua musica è un mix di blues e mazurca, tango
e swing, Parigi e Napoli, balcani e sud America con riferimenti (quelli per
un esordiente sono dobbligo) a Paolo Conte, Fabrizio De Andrè,
Lindo Ferretti fino a pescare nel cantautorato francese. I soliti nomi, storcerà
qualcuno il naso. Forse si, ma per citare senza essere pedissequi e scontati
ci vogliono mestiere e talento. Caratteristiche che non mancano a Balestrieri.
Il suo esordio maturo, non a caso, è entrato nella cinquina finale
del Premio Tenco. Una segnalazione sulla copertina. Il gatto che canta con
un microfono/topo è di Tomi Ungerer, celebre disegnatore satirico.
Pierpaolo Lala
Cool Club, 9 ottobre 2007
Matteo Ceschi
Musica e dischi, ottobre 2007
Luicia Carenini
Bielle, 27 settembre '07
Se la canzone d'autore americana è ossessionata dal
modello Bob Dylan, quella italiana stenta a venir fuori dal cono d'ombra di
Fabrizio De Andrè.
Ciò premesso, l'esordio di Gerardo Balestrieri va salutato tra i migliori
nati nel solco dell'indimenticabile Faber. E in quello di Paolo Conte, è
il caso di aggiungere sulla scorta degli echi francofoni - in elenco c'è
anche un adattamento musicale de "La java des B.A." e delle rimembranze
blues - davvero delizioso e "gozzaniano" quello dedicato al "putagé",
cioè alla vecchia stufa a legna - che rimbalzano lungo queste dodici
canzoni.
Le note di merito non si fermano tuttavia all'eccellenza dei modelli di Balestrieri
e vanno estese alla pregnanza poetica dei testi, all'eleganza e alla buona
varietà degli spartiti.
Da tener d'occhio. 7/10
Elio Bussolino, luglio 2007
Come esordio è bello stagionato, questo I nasi buffi e la scrittura musicale. Risale infatti al '99, quando il compositore, polistrumentista, busker e attore Gerardo Balestrieri - nato a Remscheid nel '71, vissuto a Napoli e attualmente residente a Venezia - lo portò in concorso al Premio Tenco, dove guadagnò una certa considerazione, pacche sulle spalle e via andare. Da allora Gerardo ha fatto di tutto: teatro, televisione, radio, qualche apprezzata soundtrack. Son fioccati apprezzamenti & riconoscimenti, ma insomma l'estro di questo apolide guitto venuto ad arricchire la schiera degli estrosi nostrani è sempre rimasto sotto il pelo della notorietà. Finalmente pubblicato e distribuito, quel debutto giunge alle nostre orecchie a fare ciò che deve. Ovvero a propinarci tarantelle balcaniche e boleri desertici, blues swinganti e tanghi carezzevoli, gighe zigane e mazurche sarcastiche. Nelle quali impazzano il piano e la fisarmonica del Nostro, così come il suo cantare alla stregua d'un De André colto da infingarda ebbrezza Capossela (Saria) o viceversa come un Capossela colto da flemmatico acume De André (L'ame du vin, su testo di Baudelaire). Ma anche come un Conte imbeffardito Arbore (nella nostalgia felpata e marpiona di Blues del putagè) o un Leonard Cohen tra sordide maglie CCCP (nella processione a cuore bigio di Quando il diavolo t'accarezza). Spiccano nella sarabanda le baruffe di fisarmonica (soprattutto in Chi ha visto planare gli angeli del cielo) ed il sax di Daniele Sepe (sbrigliato e fin quasi selvatico in Furto ai nobili di Rue Berget - swing che paga qualche debito alla Dancing dell'avvocato astigiano). Così come è rilevante il Gerardo-interprete di Barcelone (roca devozione Boris Vian) e quello compositore di Il gusto nel niente e nel sorridere, rosario d'incanti ad alzo zero con gocce di veleno poetico De André e piglio da Conte piano-man ingoiato dal respiro di un'orchestra lunare. L'ascolto mi provoca sensazioni simili a quelle che mi suscitava il primo Capossela: anche del prode Vinicio pensavo non fosse altro che un succedaneo di Conte perlopiù, e vi assicuro che non ero il solo. Ok, vista l'età non è che Balestrieri possa essere considerato una giovin promessa. Però mi sa che lo tengo d'occhio lo stesso. 7/10
Stefano Solventi
SentireAscoltare agosto 2007
difficile fotografare la sua musica, perche' l' autore ama rannicchiarsi nelle zone d'ombra, per poi improvvisamente schizzare ai margini del quadro, dove e' difficile mettere a fuoco o definire i contorni delle sue canzoni. Swing, tango, echi tzigani, jazz, blues, echi maudit della canzone francese (Saria, Furto ai nobili di Rue Berget, Quando il diavolo t'accarezza, Blues del Putage') sono solo alcuni dei componenti di questa originale miscela musicale, carica di ritmo e sensualita'. Testi paradossali, amari e ironici al tempo stesso (Chi ha visto planare gli angeli del cielo, Il gusto nel niente e nel sorridere, La java des B.A.), oppure presi a prestito da grandi poeti(Canto Sesto di Giuseppe Ungaretti, L'ame du vin di Charles Baudelaire e Fenesta Vascia di un anonimo napoletano del '500), declamati con voce oscura e apparentemente non curante della metrica e della melodia, come per ricordare a chi ascolta che le esperienze raccontate appartengono alla vita vissuta, e quindi solo per caso, e un po' controvoglia, si trovano ad attraversare le regole della dimensione musicale. Attitudini che apparentano Balestrieri, piu' che a quella italiana, alla tradizione autoriale d'oltralpe e mitteleuropea, dove si fondono lingue e musiche disparate (Palamakia, Barcelone), dove gli incontri e i sentimenti umani, anche i meno nobili, vengono innalzati al valore di esperienza letteraria e poetica, anche solo per il fugace tempo di un giro d'organetto.
Ultime Note, 17 agosto 2007
Gerardo Balestrieri è un personaggio estremamente complesso: risulta davvero faticoso racchiudere tutta la sua attività in poche parole... nasce 36 anni fa a Remscheld (in Germania), e, come si diceva, può vantare una molteplicità di ruoli e di attività che ne rendono ben difficile l'inquadramento...Nel disco risuonano parecchie caratteristiche della personalità di Gerardo, della sua proposta poetica ed ironica: brani in perfetto equilibrio tra swing e musica latina, tra echi gitani e, naturalmente Napoli... Nonostante siano passati diversi anni la proposta non ha perso un millimetro della propria freschezza, della propria originalità: è, sempre, straordinariamente attuale e centrata. Si potrebbe definire un compendio della variegata personalità di Balestrieri: come tutti i compendi non sarà esaustivo, ma una bella idea la dà. Tutto è preciso, tutto è al suo posto, partendo dalla simpatica immagine di copertina ("Les chats" di Tomi Ungerer), proseguendo con l'intro di "Saria" e la freschezza di "Furto ai nobili di Rue Berget", sino all'irresistibile ironia di "Blues del putagè", delizioso swing su immagini divertenti: "Ha un suo stile il Putagè, antico, svizzero, elefante, mi scalda il viso, gli occhi, il cuore, tiene su... scordo quanto con me fredda sei tu...". Artista, Balestrieri, che merita le vetrine più importanti. Più che un augurio, è una certezza.
Andrea Rossi
Music Map, 27 giugno 2007
Enrico De Regibus
L'Isola che non c'era
Giugno 2001
Da qualche giorno sto ascoltando con crescente interesse Gerardo
Balestrieri, voce che sembra cioccolata calda ( lascia il segno "Fenesta
Vascia" su toni bassi, quasi recitata): canta canzoni di altri ( "Don
Raffaè" ma anche "La java des bombes atomiques" di Boris
Vian) e sue: echi di Paolo Conte, Tom waits
Bravo 7,5 e in più suona la fisarmonica,
il che alle mie orecchie dà diritto a un bonus
Gianni Mura
La Repubblica
domenica 18 dicembre 2005
Balestrieri un napoletano un po' francese
Tra i protagonisti della serata c'è anche un esordiente:
Gerardo Balestrieri esibitosi all'Ariston con tre canzoni
A sentirlo sul palco Gerardo Balestrieri è un napoletano cosmopolita,
vengono più in mente gli Avion Travel che Pino Daniele e forse sono
state proprio queste le caratteristiche che hanno spinto i selezionatori della
rassegna a volerlo tra i debuttanti assoluti della venticinquennale
Enzo Gentile
Il Mattino
Ottobre 2000
Il cantautore apolide
Le canzoni con il naso lungo di Gerardo Balestrieri
Una voce scura di cantautore, una miscela di suoni e storie che non lascia spazio alla noia e un disco con un titolo strampalato. I nasi buffi e la scrittura musicale segna l'esordio di Gerardo Balestrieri che, in realtà, non è affatto un debuttante: polistrumentista, compositore e cantante apolide (ama definirsi così, visto che è nato in Germania da genitori irpini) in questo album ha raccolto ben dieci anni di attività in giro tra concerti, festival, teatro e tv. Più che un esordio dunque questo sembra un traguardo. Piacevole parlare con lui, che con voce bassa e suadente e un accento indefinibile racconta come è nato il titolo:
" Non ha un senso preciso, è nato in modo estemporaneo.Più che altro mi incuriosiscono i nasi delle persone, li guardo...mentre con la scrittura nusicale ho un rapporto conflittuale :sono affascinato dal pentagramma e ciò che c è scritto ma sono molto pigro nello scrivere e quando devo leggere per eseguire"
Cantante apolide, infatti le dodici tracce dell'album sono frutto del lavoro di un uomo che sente di appartenere a più parti del mondo: Una sorta di viaggio musicale attraverso terre lontane.C è blues, tango, jazz, musica popolare ,pennellate maudit...e brani che richiamano alla realtà musicale del centro Europa.
Gli chiedo a quale di questi mondi si sente legato
" Dipende dai momenti.In questo periodo sono affascinato dalla musica dell' area mediorientale,soprattutto la musica persiana.Ma l' esistenza apolide mi ha condannato a vagare di continuo...una piacevole condanna.
E a tal proposito cita Ungaretti, peraltro protagonista del suo Canto Sesto. Balestrieri è un'artista a tutto tondo, i suoi testi paradossali, incantatori...la sua vocalità calda e profonda ricorda De Andrè: A tal proposito gli chiedo se c'è un sogno che vorrebbe realizzare,magari duettare con qualche artista e magari reinterpretare brani dell'album.Risponde senza esitazioni
" Tom Waits nel Blues del Putagè".
Ma si lascia andare a un ultimo bizzarro desiderio:
" In realtà il mio sogno è cantare Palamakia con Serena Dandini:
Un mio sogno erotico"
Roberta Maiorano
Jam,dicembre 2007
"I nasi buffi e la scrittura musicale"
( Musica&Teste/Egea 2007 )
"Canzoni al Crocicchio"
(L'Alternativa 2010)
Prima si era dilettato di nasi buffi (e la loro scrittura
musicale), mentre poi aveva assunto i panni veneziani di un turco napoletano:
ora il Balestrieri sforna un disco con i colletti d'astrakan e tanti motivetti
tzigani e cuori ingrati.
L'ho visto maturare, incontrandolo esattamente 10 anni fa, quando non aveva
ancora un disco. Con Canzoni al crocicchio si tocca il terzo vertice di un
triangolo (isoscele) in cui la teoria dell'angolo esterno adiacente alla base
ci conferma che lui e' ormai da frequentare e (come si dice a Napoli) anche
tozzando i nostri calici d'oro, magari in compagnia di Paolo Conte e Vinicio
Capossela. Rispetto all'avvocato astigiano, Balestrieri e' molto piu' brioso
nella fase di scrittura: se invece paragonato al Capossela, la lotta che Balestrieri
intraprende lo vede ben battersi, forte di una tradizione lirica napoletana
che lo aiuta spesso.In questo disco nuovo mi sembra entusiasmante nei brani
piu' briosi, mentre in quelli languidi (vedi Camera con vista) e' fin troppo
decadente ed oscuro, assomigliando ad atmosfere che sicuramente non voleva
imitare: il salto definitivo verso la notorieta' (meritata) a questo punto
puo' solo avvenire con la frequentazione (artistica ed esecutiva) di un artista
anziano, cosi' da non essere vittima di quella fretta che puo' farti generare
gattini ciechi, se assurgi i panni di una gatta frettolosa. Si segua la strada
segnata da Canzone ingiuriosa, dove la tradizione del XXesimo secolo napoletana
(Teresa De Sio ed Eugenio Bennato su tutti) ben si sposa con il sarcasmo e
la vena originale che la scrittura del Balestrieri possiede congenita. Dice
lo stesso Balestrieri ...La partenza, il viaggio, l'abbandono, ritrovarsi
al crocicchio, fradicio con una musica zingara, un ombrello che brucia e nel
cappotto un segreto...: tutto questo diventa una tarantella jazzata e swing
proprio nel brano in questione, sicuramente il migliore dei 10 presenti in
questo nuovo disco.
Giancarlo Passarella febbraio '011
Nostra vecchia e gradita conoscenza, il cantautore partenopeo
Gerardo Balestrieri torna alla ribalta della scena musicale con la sua terza
opera, ´Canzoni al crocicchio´.
Così comera avvenuto per i dischi precedenti (´I nasi buffi
e la scrittura musicale´ del 2007 e ´Un turco napoletano a Venezia´
del 2009), anche per il terzo lavoro vengono proposte una manciata d´intriganti
canzoni, una raccolta di pezzi vecchi e nuovi scritti di pugno dallo stesso
cantautore.
Artista poliedrico (musicista, autore e compositore), Balestrieri è
un musicista eclettico e originale che non ha niente da invidiare, in fatto
di bravura, a nessuno.
Notevoli omaggi a quelle culture e a quei misteri che tanto lhanno sedotto
e accompagnato in questi anni in cui ha vissuto ai margini della canzone dautore,
le canzoni di Balestrieri piacciono per la loro varietà sonora. Ascoltare
´Canzoni al crocicchio´ vuol dire perdersi nel tempo e nello spazio
musicale attraverso un mix di suoni e ritmi che prendono forma da influenze
diverse.
Come già marcato nei dischi precedenti, i richiami a una certa impronta
cantautoriale italiana (vedi alla voce Conte e Caposella) sono evidenti, ma
dalla medesima riesce a distaccarsi, districandosi con eleganza e sfoderando
la sua vena poliedrica, variando temi e registri a ogni brani.
La capacità di Balestrieri consiste nel riuscire a proiettarti durante
lascolto in dimensioni musicali parallele, passando da un genere a un
altro con gran facilità, lasciandoti pregustare canzoni dai diversi
sapori.
Piacevole linizio spensierato con la ballata swing-jazzata, ´Rouen´,
predisponendo, così, il terreno al proseguo del disco, unopera
che, già dallassaggio, si dimostra di pregevole fattura.
Altre prove dellesperienza cantautoriale di Balestrieri possiamo trovarle
nelle impronte ´caposelliane´ di canzoni come ´Casa´
e la title-track o nei tratti di ´contentiana´ memoria di ´Camera
con vista´, ma la sorpresa più evidente è rappresentata
negli arpeggi latino-americani di ´Puju real´.
Perla sintomatica del disco, il singolare brano ´Canzone ingiuriosa´,
una ballata incredibilmente alternata su ritmi di taranta con il country e
lo swing
Alfonso Fanizza, Mescalina dicembre 2010
Gerardo Balestrieri non smentisce neanche questa
volta la sua fama di musicista capace di assecondare
il fascino delle situazioni per poi trasmetterlo con
...sincerità e generosità all'ascoltatore. Canzoni al
crocicchio (Edizione L'Alternativa ALT-010) è un
lavoro sospeso tra passato e presente che trova nella
fragile commistione tra culture differenti la vivacità
necessaria a resistere al passare inesorabile del
tempo. I brani di Balestrieri, ammettiamolo,
potrebbero benissimo suonare sul vecchio
grammofono del nonno e allo stesso tempo scardinare
le rigide playlist dell'IPod del nipote. La fumosa
Rouen, la title track, la blueseggiante Canzone ingiuriosa, la latina Puju
Real (con
la chitarra di Peppe Giaquinto che insegue Santana) e l'ellenica Kegome sono
lo
specchio in cui scrutare le rughe e le abitudini di un artista ancora in grado
di
stupire e di stupirsi di fronte allo sgorgare delle note.
Matteo Ceschi
Musica & Dischi novembre 2010
Gerardo Balestrieri è un talento. Nel segno della nota
propensione apolide e generosa, si disimpegna tra swing e tarantella, bosforo
e latinoamerica, blues e chanson. Incroci e incontri vissuti con naturalezza
disarmante, con la competenza di chi ha dovuto riparare mille motori lungo
la strada e non c'è ingranaggio di cui non sappia l'incastro. A questo
punto però bisogna metterci un però. Perché questo secondo
vero album d'inediti oltre un decennio dopo I nasi buffi e la scrittura musicale
- considerato che Un turco napoletano a Venezia vedeva in scaletta solo riletture
di brani tradizionali - non convince del tutto. Sembra mancare il sale del
vissuto, sia pure in guisa di trasfigurazione teatrale (guitta e blasé
alla Paolo Conte, che resta tra i riferimenti principali, oppure in punta
di delirio à la Vinicio Capossela, che invece non c'entra molto).
Forse il problema è che non sai bene dove finisca la calligrafia e
inizi il mestiere, un mestiere capace di giocare carte spettacolari (vi basti
la taranta-country-swing di Canzone ingiuriosa) ma in qualche modo più
incline alla forma (la graziosa Rouen, la frenetica Ormai non provo più
gaiezze, la disillusa Canzone al crocicchio) che non all'espressione. Come
dire: è più posa che poesia. Sensazione che non cessa neanche
con l'avvincente psych-ballad tzigana di Kegome, con la milonga turcomanna
di Camera con vista o con quella Casa che prende in prestito il malanimo enigmatico
di De André, salvo poi sparagliare tutto con palpitante frenesia balcanica.
Uno spettacolo d'arte varia senz'altro gradevole, ovvero avvincente, ma non
troppo coinvolgente. Spero d'essermi spiegato.
Stefano Solventi, ottobre 2010
"La partenza, il viaggio, l'abbandono, ritrovarsi al
crocicchio, fradicio con una musica zingara, un ombrello che brucia e nel
cappotto un segreto.
E uscito Canzoni al crocicchio (LAlternativa), terzo
album di Gerardo Balestrieri, artista eclettico ed originale, capace di muoversi
tra musica, teatro, cinema e scrittura, le diverse forme darte che conosce
molto bene.
Il polistrumentista apolide, compositore e cantautore, torna sulla
scena discografica italiana con un nuovo importante progetto.
Lalbum, prodotto da Luigi Fantini, contiene dieci canzoni che raccontano
il presente con uno spirito antico.
Un disco di brani vecchi e nuovi come lo è stato lottimo "
I nasi buffi..."(secondo album dellanno al Premio Tenco 2007),
con omaggi a culture e misteri che hanno accompagnato lartista in questi
anni, ai margini della canzone d'autore.
Erzebeth ottobre 2010
"Un Turco napoletano a Venezia"
( Interbeat/Egea '09 )
La prima parola che viene in mente ascoltando "Un turco napoletano a Venezia" è fascino.