Canzoni napoletane col caffettano

 

È il fascino discreto della contaminazione, dell'incontro tra culture, atmosfere, facce e lingue.
Quello che rende uniche città come Sarajevo, Gerusalemme. O come Venezia, Napoli, Istanbul. Queste ultime tre sono proprio le protagoniste della stravagante operazione imbastita da Gerardo Balestrieri per questo suo secondo disco. Canzoni napoletane della tradizione rivestite da sonorità mediorientali, per uno spettacolo (poi diventato disco) concepito e suonato a Venezia, città d'adozione del partenopeo Balestrieri. Scrive lui stesso nelle note di copertina: "L'idea di questo disco mi è acquaticamente balenata in mente un giorno quando in barca da San Marco guardando il bacino, mi sono comparsi il Vesuvio e il Bosforo tra l'isola di San Giorgio e la Giudecca, Napoli, Venezia e Istanbul: armoniose, sincretiche, città….da far incontrare attraverso la musica. Ho scelto la forma canzone, quella napoletana che meglio conosco e che desideravo incidere da tempo per tentare il sogno: Napoli città storicamente aperta alle contaminazioni che s'imbatte nella Istanbul imperiale attraverso Venezia porta tra Oriente ed Occidente, questa volta non in guerra…ma in musica ".
Dichiarazioni di intenti ambiziosa. Per l'ennesima rivisitazione di un repertorio, quello della canzone napoletana, vitale quanto si vuole, ma che di certo non ha bisogno di essere riscoperto (basti pensare alla fortuna popolare delle interpretazioni di Renzo Arbore e allo splendore di quelle firmate dalla coppia Massimo Ranieri-Mauro Pagani)... In questo caso c'è il valore aggiunto di una scommessa, quella di tentare un azzardo, un esperimento musicale totalmente inedito.Lo si capisce dagli strumenti utilizzati, che hanno i seguenti nomi: Kanun-Santur, oud, tar, saz, bouzuki, cumbus, accordeon, daf, zill, bass kementche, ney, kaval, daf, tombak, darbuka, riqq, mazhar. Niente mandolini, quindi. Immaginiamo, per esempio, che qualcuno di voi che non ha mai sentito prima "'O guappo 'nnammurato", canzone di Raffaele Viviani del 1917 la ascolti per la prima volta nella versione (splendida) strumentale contenuta in questo disco senza sapere nulla prima del progetto. Non credo che direbbe che si tratta di una canzone napoletana, quanto piuttosto di un brano di provenienza mediorentale (per dirla con Balestrieri "un'area molto più ampia che va dal Maghreb alla Persia"). Stesso discorso per il finale di Core 'ngrato.Questo per dire che l'azzardo di un incontro mai sperimentato prima, in una maniera un po' misteriosa, è riuscito. Forse perché, come dice ancora Balestrieri, "dalla struttura armonica, alle melodie, ai passaggi obbligati, all'uso di una scala musicale comune, ai ritmi, la canzone napoletana ha da sempre in sé qualcosa di profondamente "turco"". Forse semplicemente perché l'ensemble scelto da Balestrieri (l'Arif Azerturk ensemble è composto da musicisti dell'Azerbaijan, dell'Armenia, dell'Iran, della Tunisia, da Venezia, da Napoli, dalla Grecia, da Istanbul) ha saputo creare una miscela un po' magica, un suono scabro ed evocativo, arcaico e coinvolgente, che calza e incalza le melodie napoletane.
Il repertorio è dei più classici e spazia lungo un arco temporale di quasi 100 anni, dal 1886 di "A Marecchiare" di Salvatore di Giacomo al 1975 di "Nascette 'nmiezz 'o mare" di Roberto De Simone . Quest'ultima è "un lungo intermezzo", tra le due parti del disco, una sorta di storia satirica di Napoli in versi, unico deragliamento dal repertorio più tradizionale, all'interno del quale figura a buon diritto anche Renato Carosone, autore di cui Balestrieri re-interpreta in questo disco tre canzoni ("Maruzzella", "'O Sarracino", "Caravan petrol"). Un vero e proprio omaggio, quasi a marcare una particolare vicinanza con lo stile ironico e divertito del grande Renato. Poi ci sono le classiche canzoni d'amore, quelle da guapperia, in un viaggio senza preclusioni, senza confini ("il repertorio nel suo preciso navigare tende a cancellare le differenze tra musica colta, popolare sceneggiata, macchietta ecc.", spiega Gerardo), che affida alle sonorità dipinte dall'ensemble il compito di dare una profonda unitarietà al lavoro.
Alla voce rauca e graffiante di Gerardo si affianca (e in un paio di canzoni viaggia anche da sola) quella di Paola Fernandez dell'Erba, cantante argentina di origini lucane. Ennesimo esempio di contaminazione in un lavoro che è qualcosa di più di un disco, è un'operazione culturale. Che non può non far tornare alla mente quella fatta da Fabrizio De André e Mauro Pagani 25 anni fa. E che, come quella, è un'operazione carica di rischi. Perché quasi sicuramente scontenterà i puristi della canzone napoletana, che faranno fatica a riconoscere i loro classici rivestiti di caffettano, pantaloni rigonfi e babbucce. Dall'altra parte i cultori delle sonorità mediorentali forse non gradiranno la scelta di piegarle alle melodie napoletane. Chi ama mischiare le carte, chi è abituato a scoprire il bello della contaminazione, invece, sarà piacevolmente coinvolto nell'invito al viaggio lungo l'immaginaria rotta tracciata da Balestrieri tra Venezia, Napoli e Istanbul. Bon voyage.

Silvano Rubino

Bielle, 15 set '09

 

Un po' guappo e un po' guitto, Gerardo Balestrieri si cala nella parte dell'apolide veneziano. Metà del cuore rivolto a Napoli, la natia Napoli. L'altra verso il Bosforo, d'onde proviene l'Arif Azerturk Ensemble, quintetto tradizionale turco che condisce di folto esotismo l'estro e i languori mediterranei di pezzi storici del canzoniere napoletano quali Maruzzella, 'O guappo 'nnammurato e Caravan petrol. Non contento, Balestrieri ha chiamato a collaborare Paola Fernandez Dell'Erba, cantante argentina di origini lucane, col risultato che già con l'iniziale A Marecchiare siamo ubriachi di latinerie tanghesche partenopee orientaleggianti, roba che fatichi a tener dritta la testa. Così, con Gerardo che volutamente spende una voce più blues possibile - tanto per squadernare ulteriormente le coordinate - si compie questo lungo e denso cerimoniale contaminato e contaminante, dove il mistero è una melma felpata e struggente (sentitevi la straordinaria Scetate), dove una Tammurriata nera può ritrovare il senso di dramma perduto nelle troppe versioni macchiettistiche, dove una Nascette mmiezz'o mare si aggira laconica e fatalista pennellando il ritratto d'una città-mondo come avrebbe potuto (e amato poter fare) Fabrizio De André.

Balestrieri è un visionario che non si fa troppe illusioni, uno che coltiva il proprio golfo mistico di suggestioni e lo porta in giro con amore tanto appassionato quanto discreto. Tuttavia, non è uno che si tira indietro se, come in questo caso, c'è da spendere il proprio cent riguardo al tema (scottante) del sincretismo culturale. Certo, mi piacerebbe risentirlo più "cantautore", ma sospetto che farà sempre semplicemente quel che gli parrà opportuno. Bontà sua.

Stefano Solventi

 


Schegge:

Con Un turco napoletano a Venezia nomination al Tenco 2009 nella categoria "Miglior interprete" - Gerardo Balestrieri si appropria del patrimonio musicale millenario dell'area mediterraneamediorientale dando vita a un'originalissima forma di blues migrante che evoca inconsciamente le storiche gesta di Alessandro Magno. Grazie alla collaborazione con un gruppo di straordinari musicisti italiani e turchi che lo accompagnano, classici della tradizione partenopea come 'O Sarracino e Core 'ngrato assurgono a nuova vita in uno scenario privo di asfissianti e ciechi vincoli nazionalistici e, soprattutto, di sciocche limitazioni al conato creativo. Balestrieri guarda avanti e sembra vedere più lontano di chiunque.

Matteo Ceschi, Musica & Dischi ottobre '09

 

 

Napoli-Venezia-Istanbul

Luca Barachetti

Chiudendo la recensione del bell'esordio "I nasi buffi e la scrittura musicale" di due anni fa il vostro recensore si chiedeva dove lo avrebbe portato Gerardo Balestrieri, il più geografico e apolide dei nostri cantautori, nel secondo episodio della sua discografia. Ecco la risposta: a Napoli. Ma anche a Venezia, e passando per Istanbul. Un turco napoletano a Venezia riprende dodici canzoni della miglior tradizione partenopea (ci sono tra gli altri Di Giacomo, Carosone, Gaeta, Viviani, De Simone) e le riarrangia con sonorità e atmosfere turco-arabo-persiane ("anatoliche" le chiama con inesattezza geografica ma precisione evocativa la presentazione del disco) suonando e registrando il tutto nell'estate 2008 al Teatro Fondamenta Nuove della città lagunare, dove Balestrieri vive.Idea non certamente nuova quella di riunire in musica le due sponde del Mediterraneo, e utile per togliere alle canzoni napoletane quella patina di populismo da cartolina che spesso si portano dietro, ma Balestrieri svolge il tutto con spirito personale. Al di là infatti della qualità degli arrangiamenti, che a volte sottolineano angolature inattese (il ricamo blues di Maruzzella, la sontuosità speziata di Scetate), è la "venezianità" di queste interpretazioni ad emergere ascolto dopo ascolto. Ovvero un sostrato scuro e umidiccio come quello che permea tanti degli angoli della città, ma anche un'impronta mescolante e multietnica, da vero porto di scambio per intenderci, che dentro ad un repertorio inscalfibile come quella napoletano - e per questo a suo agio con oud, bouzouki, santur e darbuka - infila richiami spagnoleggianti (nella pronuncia del titolare, affiancato alla voce dalla brava Paola Fernandez Dell'Erba), embrionali ritmiche salentine, andature greche, cadenze mitteleuropee. Per un cosmopolitismo pari alla stessa essenza di Gerardo Balestrieri. Un artista da zibaldone di culture, che accatasta e mischia, alla continua ricerca di un'identità sfuggente e per questo unica.

18 set '09

 

 

Gerardo Balestrieri vanta esperienze diverse e ricche, compresi tre Premi Tenco. Il suo ultimo progetto utilizza lo sguardo di cui può godere una mente aperta. E così Balestrieri rimescola le carte della memoria musicale partenopea, rileggendo i classici con spirito ottomano. Senza mai tradire la tradizione, affida le radici vesuviane alle cure dell'ensemble mediorientale di Arif Azerturk. Il tutto avviene a Venezia, luogo dove il sincretismo si compie, la porta dell'est.
Secoli di mescolanza e di canzoni amatissime vengono riviste dalle voci di Balestrieri e di Paola Fernandez Dell'Erba, argentina di origini lucane, e da musicisti armeni, tunisini, iraniani, turchi; ma anche di Napoli, Venezia, greci… Da "Canzone appassionata" (1922) a "Maruzzella" (1955), da "A Marechiare" di Salvatore Di Giacomo (1886) a un paio di classici carosoniani anni '50, da "Guapparia" di Raffaele Viviani (1914) a "Nascette mmiezz 'o mare" di Roberto De Simone (1975), il repertorio svaria liberamente, giocosamente.
In realtà l'immanenza turca dentro la musica napoletana è innegabile "a prescindere", come direbbe Totò. Pensiamo a certe melodie ("Scetateve guagliun'e malavita" e molte altre), a tante armonie; pensiamo a Carosone. Balestrieri porta in superficie una vena che sta(va) già sotto, ne evidenzia i tratti. E, particolare non secondario, ne affida l'esecuzione a musicisti dell'Asia Minore, con strumenti mediorientali: oud, bouzuki, saz, ney, kaval, santur.


Gianluca Veltri, Il mucchio ottobre '09


 

 

Un turco napoletano a Venezia


Il nome di Gerardo Balestrieri non dovrebbe trovare spiazzato chi si occupa con attenzione di cantautorato. Il trentottenne giramondo (è nato a Remscheid, in Germania, ma poi si è spostato non poco) è stato infatti già tre volte al Premio Tenco, dove in particolare, nel 2007, il suo "I nasi buffi e la scrittura musicale" è finito secondo fra le opere prime dell'anno. Identico destino tocca oggi a questo suo nuovo lavoro, però, stavolta, nella categoria interpreti. Perché di album d'interprete, pur con un occhio molto "cantautoriale", si tratta. La particolarità nasce dal porsi di fronte a un repertorio ricchissimo come quello napoletano ammantandolo di sonorità inusuali, esotizzanti quanto preziose, evocative, cariche di charme. Sono le sonorità degli strumenti che fanno capo a latitudini "altre" (la Turchia del titolo, ma non solo), dove Venezia, oltre che attuale "patria" del Nostro, incarna un po' - si direbbe - lo sguardo, la "porta", da cui verso tali latitudini possiamo almeno idealmente sporgerci noi occidentali.
Il risultato, diciamolo subito, è maiuscolo. Alternandosi alla voce con Paola Fernandez Dell'Erba, Balestrieri attraversa brani di Carosone (tre), Viviani, Di Giacomo, ecc. con un occhio monolitico, che è poi quello offerto dallo straordinario apparato strumentale di cui sono portatori i musicisti da lui convocati, in un fitto intrecciarsi di corde (soprattutto), fiati e altro. Ci sono brani che l'ascoltatore collegherà a letture più recenti rispetto agli originali (gli anni di nascita dei brani vanno dal 1886 di A Marechiare al 1974 di Nascette 'mmiezz 'o mare, di Roberto De Simone), tipo gli Avion Travel per Canzone appassionata o la NCCP per Tammurriata nera. Ma qui c'è sempre qualcosa di diverso, un occhio - come si diceva - del tutto speciale, intriso di suggestioni inedite, non di rado inattese. Un disco preziosissimo, come si sarà capito.

Alberto Bazzurro
L' isola che non c'era 24 set '09

 

 

 

 

Gerardo Balestrieri - Un turco napoletano a Venezia
Sincretica simbiosi tra Posillipo, la laguna ed Istanbul

Cosa ti puoi aspettare da uno che si laurea con una tesi dal titolo L'estetica del vuoto nel buddhismo applicata alla struttura ritmica della bossanova? Semplicemente una osmosi culturale senza confini con l'Arif Azerturk Ensemble di Istanbul.
Questo nuovo disco del "tedesco/veneziano" Balestrieri e' fatto di 12 quadri: tante sono le canzoni riprese, svuotate dai contenuti artificiosi e rimesse a nuovo, facendo finta di comporle in una terra di sogno, posta tra il Maghreb e la Persia.
E' infatti vero che questo lavoro presenta una stralunata analisi e visione intorno alla canzone napoletana visitata in stile "anatolico" con musicisti e strumenti provenienti da Napoli, Venezia e dell'Asia Minore, ma e' altrettanto vero che il direttore dell'intero progetto e' e rimane il Balestrieri, anche se l'inizio del cd ad accoglierti e' una odalisca: quella voce femminile in A Marechiare ti porta in dote un antipasto di un luculliano banchetto, dove le spezie a volte sono piu' forti del piatto preparato.
Dice il Balestrieri che ..L'idea di questo disco mi e' acquaticamente balenata in mente un giorno quando in barca da San Marco guardando il bacino mi sono comparsi il Vesuvio e il Bosforo tra l'isola di San Giorgio e la Giudecca... e possiamo facilmente immaginarci la scena, perche' nel disco vi sono tutti gli elementi per ricostruirla: un vento dolce, una serie di amici di contorno, un bicchiere di qualche vino deciso e tanti neuroni che corrono nel cervello.Gerardo Balestrieri è nato a Remscheid l'11 giugno del '71 ed attualmente (per ragion di camminare) vive a Venezia: se a questa miscela alchemica aggiungi le sue origini, ne abbiamo una caldera da cui magicamente esce un autore a cui la parola confini procura conati di vomito o altri disturbi psicosomatici: parodiando il grande Toto', il titolo del suo nuovo disco e' il pamphlet di un suo percorso lavorativo, perche' forse Un turco napoletano a Venezia e' lui stesso o anche noi, magari in maniera inconscia. Poiche' e' vero che Napoli e' una citta' storicamente aperta alle contaminazioni, confermiamo che in questo disco s'imbatte nella Istanbul imperiale attraverso Venezia porta tra Oriente ed Occidente: tutto questo per una volta non succede in un panorama violento e di guerra, ma in musica.
Ci dice l'autore ...Son partito da una canzone precisa che ha poi trascinato le altre in un vario repertorio: trattasi di Scetate la piu' turca di tutte (per turco non e' da intendersi esclusivamente la Turchia/Istanbul come area d'incontro).... Mi e' sembrato naturale pensare ad un repertorio eseguito con strumenti mediorientali, come se fosse suonato cosi' da sempre. Di Napoli ho scelto la canzone, dai turchi e' arrivata la dolcezza e l' improvviso impeto, l'ospitale Venezia ha offerto le fondamenta per sostenere tutto questo ….Vincitore di parecchi festival italiani, Balestrieri ha concentrato in questo disco una visione intorno alla canzone napoletana sviscerata con musicisti e strumenti provenienti dall' Azerbaijan, dall' Armenia, dall' Iran, dalla Tunisia, da Venezia, da Napoli, dalla Grecia e soprattutto da Istanbul: tutto cio' gli e' stato possibile con la voce di Paola Fernandez dell'Erba cantante argentina di origini lucane. Come confessa Tito Livio, quegli zotici che vivono sugli Appennini lucani, sono tosti e coriacei come animali, ma nelle loro esternazioni culturali sanno essere ammalianti: di questa apparente contraddizione, noi lucani ne siamo orgogliosi.
Ricordiamo l'importanza dell' Arif Azerturk Ensemble di Istanbul che e' il trait d'union dell'intero Un turco Napoletano a Venezia, originale visione intorno alla canzone napoletana visitata in stile ottomano con musicisti e strumenti dell' Asia Minore.

Giancarlo Passarella

MusicalNews.Com 27 set '09


 

 

Un turco napoletano a Venezia

...Tra le nomination del Premio Tenco nella categoria degli interpreti spicca Gerardo Balestrieri con "Un turco napoletano a Venezia". Tedesco di nascita, apolide per vocazione, laureato all'Orientale, già collaboratore con E Zezi, Balestrieri nel cd rivisita i classici partenopei in stile ottomano con la collaborazione di musicisti provenienti da Venezia, Napoli, dall'Argentina e soprattutto da Istanbul. Tra "Maruzzella" e "Guapparia", "Tammurriata nera" e "Core 'ngrato", Balestrieri continua il suo percorso nel Mare Nostrum ponendo l'accento sull'interculturalità e lo scambio tra tre città: Napoli, Venezia e Istanbul.

Il mattino 11 set '09

 

 

Balestrieri a metà strada tra Napoli e Turchia

Venezia
Un Teatro Fondamenta Nuove affollatissimo ha ospitato l'ultimo progetto del cantautore Gerardo Balestrieri, nato nel 1971 a Remscheid città tedesca nella Renania settentrionale - Vestfalia. Dopo una settimana di prove quotidiane in teatro che sfoceranno quanto prima in un cd il cantautore ha presentato "Un turco napoletano a Venezia" vale a dire un repertorio di famosissime canzoni napoletane in stile ottomano, perché la canzone napoletana, sostiene l'interprete ha da sempre in sè qualcosa di profondamente "turco" termine che indica oggi l'asia minore, dalla struttura armonica, alle melodie, ai passaggi obbligati. Lo spettacolo, inizialmente strutturato in due atti, poi svoltosi in un lungo set unico, vista la calura, di oltre 90 minuti è iniziato con un duo voce contrabbasso suonato con l'arco tra Balestrieri e il veneziano Loris Tagliapietra, che hanno rivisitato "Napule è" di Pino Daniele. Il leader ha quindi chiamato sul palco Arif Azerturk ensemble, quartetto diretto diretto da Arif Abdullazade maestro di oud, termine che designa il liuto nel vicino oriente e che significa "bastone flessibile", e completato da Sinan Celik al Kaval e al Ney, due tipi di flauti il secondo dei quali consiste di una canna di circa sessanta centimetri provvista di cinque o sei fori per le dita, da Muserref Dilek Zertunç, impegnata al bass kementche, viella ad arco a quattro corde che ricorda il violoncello ed alla bravissima Didem Dermen al Kanun cetra trapezioidale a 26 corde triple pizzicate con pletri metallici.
Interessante la cantante di origine argentina Paola Fernandez dell'Erba che ha cantato sia da sola che in duetto con il leader...Applausi e grida di gioia hanno indotto l'ensemble a due applauditissimi bis.


Giovanni Greto, Il Gazzettino 6 agosto '08

Cose, geografie, maledizioni
di
Luca Barachetti

Ora, dopo aver ascoltato e riascoltato più volte l'esordio di Gerardo Balestrieri, io sarei proprio curioso di vedere com'è casa sua. Non tanto quante stanze ha, quanti bagni, se ha il garage o meno. No. Io vorrei sapere com'è il letto, come sono i mobili, cosa ha in frigorifero e soprattutto: se ha o meno un ripostiglio. Gerardo ce l'hai un ripostiglio? Perché se ti manca io penso che tu abbia qualche problema a muoverti per casa. Uno che fa un disco d'esordio e ci mette dentro così tanta roba, e tutta proveniente da posti così diversi e tutta davvero vissuta sulla pelle e non come artificio esotico portato dalle ultime vacanze solidali in Africa Centrale, qualche problema di spazio in casa deve averlo per forza. Uno così non può aver buttato via tutto. Uno che ha applicato alla vita vissuta fino ad oggi lo stesso adagio applicato al maiale, del quale come è noto non si butta via niente, deve avere la casa piena di oggetti. Ma non souvenir, proprio oggetti. Strumenti musicali, piatti, tappeti, maschere, spezie, sabbie, pietre, fiori secchi, dizionari, libri in dodici lingue diverse, orologi, stufe, almancchi. Ovunque. Da non riuscire a muoversi.
Leggetevi la biografia sul suo sito. Balestrieri non la dice tutta. Mancano un sacco di luoghi che ha visto, un sacco di cibi che ha mangiato, un sacco di profumi, suoni, musiche che ha annusato, sentito, ascoltato. Manca la geografia. Per uno così la geografia è biografia. E nemmeno I nasi buffi e la scrittura musicale riesce a raccontare tutto. Racconta un po', con una manciata di canzoni che sono punti sulla cartina sui quali Balestrieri rimbalza come una biglia da flipper, portandosi via ogni volta qualcosa e infilando quel qualcosa nel qualcosa portato via da un altro posto. Se dovessimo dire da dove è partito diremmo che, come molti, Gerardo Balestrieri è partito ascoltando tanto Paolo Conte e Tom Waits. Ma lui in realtà non è partito, ha sempre viaggiato e basta, dunque Conte e Waits li ha ascoltati sì, ma in viaggio. E ad un certo punto del suo viaggio è arrivato in Salento e si è portato via una tammorra che ha messo in Saria con una manciata di versi da Salgari ubriaco ("ditemi perché al sultano del Brunei / ieri gli bruciava un po' il culo"). Poi è andato su in Francia, a Marsiglia, ma non prima di esser balzato indietro di una quarantina d'anni trovandosi d'improvviso al tavolo di un bar con Buscaglione (Furto ai nobili di Rue Berget). Un traghetto per la Grecia da Marsiglia lo si trova sempre e là - a Salonicco? A Kalamata? - ha pure imparato la lingua con cui canta Palamakia, una canzone tradizionale ellenica che dice tre cose tre ma è un concentrato di disperazione (per cosa? Per una donna, ovviamente). A Salonicco, o a Kalamata, una sera ha incontrato Nick Cave che stava cercando la strada per tornare al suo ufficio, dove ormai da alcuni anni scrive canzoni otto ore al giorno come un normale impiegato. Balestrieri, non sapendo nulla dell'ufficio, gli ha invece proposto di fare insieme a lui un giro per il Mediterraneo, prima meta la Turchia. In barca hanno scritto insieme la bellissima Quando il diavolo t'accarezza, con il cumbus turco a vergare patemi blues e il testo che gioca a ricombinare tra loro alcuni proverbi popolari - Cave, che di proverbi non sa niente, non ha poi firmato il testo ed è sceso al Cairo. Dalla Turchia riparti per il Mediterraneo, impara a suonare quella decina di strumenti tra darbouka, fisarmoniche e clarinetto e torna in Francia, dove ad aspettarti c'è Boris Vian che ti dice: dai, traduci in italiano La java des B. A. come la farebbe il primo De Andrè. Detto, fatto, eccola: un tre-quarti simil valzerino che a dirla giusta sembra anche un po' Brassens. Poi viene l'inverno e allora serve una stufa. Si passano le Alpi e si scende in Piemonte a scaldarsi con il Blues del Putagè, che appunto è la stufa - perché scendere in Piemonte? Quell'"antico, svizzero, elefante" del testo sa ancora di Conte: bisogna pur tornare ad un certo punto per vedere come sta l'Avvocato.
E così ecco la trottola-Balestrieri, che però dopo tanto girare capisce che è il tempo di fermarsi. Il gusto nel niente e nel sorridere è un bilancio esistenziale e contemplativo che non sa di nulla in particolare se non della pasta di cui sono fatte le canzoni belle. Ma poi via di nuovo. Gli manca Vian, torna da lui, insieme vanno a Barcelone e la cantano con il fumo nella gola e il megafono davanti alla bocca. Lì a quel punto, quando Vian è tornato a casa e la solitudine lascia subentrare la fantasia, cosa ci vuole a partorire una ballata polverosa come Canto Sesto se una sera ti ritrovi a vedere un film di Sergio Leone con un libro di Ungaretti in mano mentre non ti lascia il ricordo di quella donna le cui movenze "fomentano la febbre"? Niente, ma poi finalmente si torna a casa. O meglio: si torna a Napoli, a cantare Fenesta vascia con in bocca un mezzo retrogusto di milonga, e si riparte ancora. Perchè la vera casa alla fine è la Francia, dove Balestrieri ritorna per cantare Baudelaire (L'ame du vin) e una maledizione che non troverai solo qui o là come un tessuto o una spezia, ma ovunque. E questo lo sa soprattutto Chi ha visto planare gli angeli, inno finale di un apolide che oltre ad essere intrinsecamente maudit è un animale "disadattato" e "antisociale". Dunque non è solo biografia la geografia, ma esistenza. Al prossimo disco chissà dove ci porterà Gerardo Balestrieri, chissà quante cose ancora da mostrarci in casa sua, chissà ancora quale maledizione.

Non sembra intimorito Gerardo Balestrieri, uno degli artisti selezionati per l'Opera Prima, nel salire sul palco subito dopo la performance dei magnifici 5! Si presenta con un liuto turco e "veste" Tenco di abiti mediterranei eseguendo una bella e particolare rilettura di "Se potessi amore mio"; passa poi al pianoforte per il suo brano " Il gusto nel niente e nel sorridere"

Lucia Carenini, Bielle 18 novembre 2007

Intervista originale con John Vignola

 

Nato a Remscheid, girovago per vocazione, attento agli incroci di culture (si è laureato a Napoli all'Istituto di Orientalistica, approfondendo però la spiritualità nella cultura brasiliana) e sempre in movimento, sia artisticamente sia come semplice essere umano. Gerardo Balestrieri ha superato i trent'anni, non da troppo, ma continua a cercare. Lo testimonia il suo disco degli ultimi mesi, "I nasi buffi e la scrittura musicale" (Interbeat/Egea), ben accolto per esempio dal Premio Tenco, dove l'artista si è esibito con una cover di Tenco - "Se potessi amore mio" - intensa e nello stesso tempo divertita. Un disco che è l'opera prima a suo nome, nonostante un percorso ricchissimo, fra i Novanta e questo nuovo millennio. Quanto segue è una piccola testimonianza del suo anticonformismo e della sua umiltà.

 

Nel tuo disco c'è, mi pare, una costante: quella dell'ironia, che allontana l'amarezza, anche se non la scaccia del tutto.

 

L ironia e l'amarezza son elementi importanti e scandiscono le vicissitudini di queste canzoni


Dietro a questo lavoro non c'è l'idea di girare con la tua musica, di viverci, anche?

 

L'idea c'è, eccome. Proprio dal Tenco vorrei trovare nuove possibilità per suonare dal vivo. Non è l ' illusione pura e semplice. Si vive alla giornata, lavoro a Venezia, dove trovo anche i momenti per scrivere. Però, è tutto molto in bilico.

 


La parola è importante, non solo nelle tue canzoni, ma anche nella tua vita artistica.

La parola come suono lo è inevitabilmente. Delle volte la ripeto all'inverosimile, fin a farle perdere anche il significato. Mi piace sosituire le vocali come da enigmista, gli incroci, le cose che vengono fuori giocando.


La tua poetica è legata anche al viaggio.

Viaggiare è stato sempre una costante:una condanna a liberarsi


È addirittura importante non saper dove andare?


Non ho detto questo. Però l'incertezza, quando non è angoscia, è un momento interessante, artisticamente e non solo. L'anno scorso, per esempio, ho incontrato in Puglia musicisti che arrivavano dalla Grecia: ho suonato con loro e sono andato fino al Pireo, poi a Napoli, con Tonino Carotone, intanto ho inciso altre canzoni nuove. È tutto questo e altro che mi ha portato, alla fine, qui.

 


Qui, dove?

A questo album. Non avevo idea di come sarebbe finita, stavo andando ad Arezzo per un contratto, in treno mi ha chiamato l'attuale produttore e così ho cambiato binario e direzione

 


Il disco prosegue, grazie anche a Les Travailleurs De La Nuit, sulle rotte del chiaroscuro, ma pure della deviazione continua fra popolare e colto, fra Est e Ovest.


Sì, si va a zigzag.cercando una panottica dimensione …coltivando l'arte dell'incontro

 


Sei qui al Premio Tenco, in questa edizione completamente dedicato alle sue canzoni. Secondo te, dove stava la sua grandezza?

Nella profondità Questa ricerca umana e artistica ha dato alla persona come alla sua musica e alle parole un carattere scuro tormentato severo adirato e allo stesso tempo semplice, dolce e di geniale ironia


Anche tu non hai preclusioni, come si diceva.

Mi nutro di cose parecchio diverse fra loro...non sono monogamo...questo ha fatto sì che l'intreccio valga più della forma pura. E l'ironia più della serietà fine a se stessa. E la poesia, alla fine, più della nuda "realtà".

Un autore interessante

Maurizio Costanzo 27 novembre 2007

"Un disco intrigante"

Io Donna, Corriere della Sera novembre 2007

Fugacemente passato per il Premio Tenco 2000 Gerardo Balestrieri ricompare con il suo debutto solista e si guadagna, manco a dirlo, un meritatissimo posto nella cinquina del premio sanremese come miglior esordiente...il Balestrieri cantautore è una piacevolissima scoperta. La voce spinta nel registro più basso, spesso ai limiti del recitato, i suoni acustici volutamente retrò, Balestrieri costruisce il suo album su un ipotetico confine tra Francia anni '50 e Grecia:Gli echi rebetici dichiarati (il 7/8 della bella Palamakia) e meno dichiarati (l'inciso di Quando il diavolo t'accarezza, espiantato da Sarantha Palikaria, canto dei partigiano greci) sono tra gli episodi migliori, insieme alla Java des B.A., virtuosistica traduzione da Vian e al contiano Blues del Putagè


World Music,18 novembre 2007

Lettera Intervista con Matteo Ceschi

Gerardo Balestrieri arriva quando meno te lo aspetti. Furtivo come la notte che lentamente s’impadronisce di case e anime, spietato e giocherellone come un gatto sulla sua preda. Picaro e musico di un mondo di nessuno che, volenti o nolenti, ci appartiene, Balestrieri accarezza e stuzzica le nostre ansie sonore e da loro forma trasformandole in ideali compagni d’avventura con cui affrontare le fitte zone d’ombra di una contemporaneità stretta e scomoda. “I nasi buffi e la scrittura musicale” è una mano tesa pronta a afferrare l’ascoltatore nei suoi attimi di coraggio musicale e a trascinarlo in un vorticoso e coloratissimo viaggio attraverso le spumose e vivaci pieghe del Mare nostrum. Il mare e la musica, fonti di vite smarrite e poi ritrovate nel bel mezzo di nuvole di vapore di un bagno turco. Goccia dopo goccia, il sudore dell’artista aggiunge nuove esperienze alle liquide fatiche collettive contribuendo alla storia e alla cultura dei diversi popoli che si specchiano sull’omerica tinozza chiamata Mare nostrum. Con il coraggio di Ulisse e l’intuito storico di Braudel Gerardo Balestrieri parte dalla Francia e si spinge verso l’Italia e la Grecia per poi continuare a disegnare oltre linee di costa destinate a diventare un pentagramma ideale su cui tracciare storie e inconsueti ma familiari itinerari sonori.

 

Scorrendo rapidamente la tua biografia si ha la netta impressione che tu abbia un forte e privilegiato rapporto artistico/umano con le terre d´oltralpe. Che cosa puoi dire a questo riguardo?

 

Una certa predisposizione anacronistica mi fa amare della Francia un periodo in particolare:la fine del XIX sec fino ai primissimi anni del '900. Periodo intenso non solo dal punto di vista artistico. Poi è arrivata la passione per Boris Vian e Serge Gainsbourg, il cinema, la fortuna di lavorare col Theatre de la Ville. Mi piace Roland Barthes, tutto quel che Paolo Conte e Fabrizio De Andrè han scritto e tradotto, suono l'accordeon, mangio pere e formaggio e quando posso vado a riscoprir il Sapore di… Marsiglia. Ho vissuto due anni tra Langhe e Roero per avvicinarmi un po', preferisco la cultura"laica" di quel Paese dove chi fa musica o arte in genere ha maggiore dignità umana ed economica rispetto all'Italia…trovo una certa naturalezza nel pronunciare la "erre" moscia…anche se nel riascoltarmi cantare in francese mi ricordo Amanda Lear



Continuiamo a restare in terra di Francia. Sono rimasto particolarmente incuriosito dal progetto "Sogno Anacronistico di un disadattato del XXI secolo" ispirato dalle gesta di Alexander Marius Jacob, ladro gentiluomo. Com´è nato questo concept album?

 

Il concept è nato nel '99 quando leggendo un libro su Jacob mi sono accorto che avevo già scritto delle canzoni che sembravano essere state ispirate dallo stesso testo. Una vicenda curiosa, i luoghi che avevo immaginato per le canzoni, li ritrovavo nel libro come anche i nomi e le strade. Mi ha folgorato un episodio in particolare: l'ambientazione della canzone Furto ai nobili di Rue Berget contenuta nel disco. Avevo scelto Rouen puntando il dito a caso sulla carta geografica e la stessa città me la ritrovavo poi tra le pagine del libro di Bernard Thomas…




Non hai mai pensato di innaffiare con le tue vivaci note "La Marseillaise" e altre canzoni dell´epoca rivoluzionaria?


Sono un ribelle solitario senza rivoluzione

 

Un bel concerto a Parigi, magari nelle strade del Marais insieme a un piccolo ensemble di musicisti klezmer. Visti i tuoi ampi orizzonti sonori potrebbe essere un´idea stuzzicante, che te ne pare?

Mi aumenta la salivazione…organizziamo? Al klezmer preferirei musicisti di Izmir o persiani

 



Dal Midi francese alla Grecia (mi trovi sempre d´accordo). Com´è avvenuto il passaggio?

 


Sul Ponte del Tormento. Son passato dai bordelli parigini, ai bicchieri rotti nelle taverne cretesi come da Robert Johnson a Marc Ribot. Lancinante, la sensualità spesso arriva dalla disperazione, si fa musica, canzone e mi cattura

 


Ouzo o raki?

Raki… quello che fanno a Creta

 



Avvicinandoci sempre di più al tormentato e affascinate Medio oriente, hai mai pensato di lavorare a un progetto video-musicale sulla tragedie dei nuovi popoli migranti?

Sto lavorando su quelle passate: Smirne che brucia nel 1923 con migliaia di profughi verso la Grecia è un quadro terrificante…"gattopardato".Il progetto per ora è solo musicale, affronto un po di canzoni di quel periodo…al video ci stiam pensando…

 

 


Il tuo rapporto con la musica e gli strumenti di altri continenti.

Oltre a qualche strumento tipicamente occidentale detengo e suono: daf, baglamas, sonagli armeni, cumbus , darbuka di varie origini, un kamantchè persiano e un oud siriano, il glockenspiel, una chitarra Eco anni '60
Un rapporto di curiosità e casualità…spesso gli eventi mi portano a conoscere e ascoltare altre volte non trattengo l'impeto e mi muovo verso nuovi orizzonti sonori Una volta sono andato a Istanbul solo per entrare da Mustafa a Taxim comprare strumenti e ripartire

 



Cosa ami ricordare della tua esibizione con Stefano Bollani al premio Tenco del 2005? Con Bollani hai per caso in cantiere dei progetti?

Al DopoTenco 2005 a un certo punto sul palco mi son ritrovato con Stefano Bollani, Ellade Bandini, Francesco Guccini, Sergio Cammariere e Mauro Pagani…ho pensato: ancora non ho una lira ma fra un po' la smetterò coi subaffitti e troverò una degna sistemazione!!! Con Bollani nessun progetto e non so neanche se si ricorda del sottoscritto Intanto ho casa fissa ma la situazione è migliorata di pochissimo

 

 


Passiamo ora a "I nasi buffi e la scrittura musicale". Bastano poche note per essere trascinati in un avvincente viaggio alla Braudel in giro per le differenti aree musicali mediterranee. Come hai vissuto e come vivi il tuo rapporto con il generoso Mare nostrum?

 

Il mare in generale mi riporta ad orari e ritmi più naturali, l'insonnia cede il passo a camminate mattutine, mi piace comprare fragili canotti e rischiare il largo.La costa orientale della Sicilia mi ha rapito più volte
C'è stato un periodo che prendevo case al mare d'inverno, poi ad aprile fuggivo dai pranzi a sacco dei bagnanti, dalle creme abbronzanti, dalla promisquità…Negli anni in Piemonte il mare mi è mancato…Di notte dal balcon volgevo lo sguardo verso un area semindustriale con un enorme albergo colorato di luci. E così immaginavo che lo spazio fosse il golfo di Napoli e l'hotel un piroscafo che mi aspettava…

 



"La java des B.A." e "Palamakia". Quali sono le storie dietro queste due canzoni?

La java più che una canzone è una risoluzione immaginaria del patafisico del jazz Anni fa mi son divertito a tradurre Boris Vian e a interpretarlo.Anche Barcelone contenuta nel disco ne è una roca devozione.
Palamakia è una vecchia canzone ellenica. Batti le mani, batti i tacchi sul cemento…mi stai uccidendo col tuo modo di danzare…Ho deciso di inciderla dopo aver suonato e canticchiato con un gruppo di amici cretesi nel 2006
Qualche anno fa girando per la Grecia in camper proponevo la "mia" versione ai conoscenti per capire il riscontro e dalla Calcidica ad Atene han sorriso e apprezzato

 


Charles Baudelaire e Boris Vian due fonti d´ispirazione, due modelli e cos´altro?

L 'odor dei fiori del male, la sottile ironia e il sarcasmo sulla schiuma dei giorni passati e futuri




Anche se "I nasi buffi e la scrittura musicale" è a tutti gli effetti un disco d'esordio, considerare il suo ideatore un emergente significherebbe sottovalutare l'operato artistico-musicale del polistrumentista Gerardo Balestrieri.
Più che un disco d'esordio, "I nasi buffi e la scrittura musicale" è invece una raccolta di brani vecchi e nuovi che il musicista dedica in parte al marsigliese Alexander Marius Jacop (ladro beffardo e gentiluomo che ispirò Le Blanc per il suo Arsenio Lupin, ndr). Un disco che racchiude dieci anni passati tra concerti, teatri, festival e programmi tv e che giunge a coronare il lavoro sin qui svolto da questo autore ed interprete dei giorni nostri, o come lui ama definirsi cantante apolide.
In questo disco Balestrieri riesce magistralmente a coniugare le diverse espressioni musicali dimostrandosi un musicista (autore e compositore) a 360°: un lavoro denso fatto di ritmi che vanno dal jazz alla bossanova passando per il tango, lo swing, gli echi mediterranei ed arabeggianti, la chanson francese, il folk, il blues e mostrando anche una leggera inclinazione al rock.
I testi scritti si presentano contemporaneamente stravaganti, malinconici ed ironici; basti ascoltare brani quali "Chi ha visto planare gli angeli", "Il gusto nel niente e nel sorridere" e "La java des B. A.". In altri invece si cimenta nel musicare scritti di grandi poeti del passato come Giuseppe Ungaretti (in "Canto Sesto"), Charles Baudelaire (in "L'ame du vin") o un anonimo napoletano del '500 (in "Fenesta vascia").
Musicista tout-court, Balestrieri nelle sue composizioni si avvicina molto al modo di fare canzoni di diversi cantautori italiani come Paolo Conte in "Furto ai nobili di Rue Berget", una ballata swing che rimanda molto alla canzone d'autore francese... Le sue canzoni sorprendono per un'espressività musicale che travalica i confini nazionali, ma va anche oltre nella lingua e nel suono: la canzone francese viene più volte rimarcata ("Saria" e "Blues del Putagè"), ma troviamo anche richiami a suoni più mediterranei come in "Palamakia" e "Barcelone".
Le melodie piacevoli fanno da supporto ad un cantato cupo, che mostra varie sfumature dando una particolare impronta alle singole canzoni, tanto da far sembrare "Quando il diavolo t'accarezza" un brano dei C. S. I. o "Canto Sesto" di Mark Lanegan. L'uso di svariati strumenti poi colora in modo particolare i pezzi, mostrando anche degli ottimi arrangiamenti.
Balestrieri si affianca di validi collaboratori e amici come Virginio Tenore voce e tammorra nella tammorriata che fa da intro al brano "Saria"; Daniele Sepe sax tenore in "Furto ai nobili di Rue Berget"; Giovanna Guiglia voce in "Palamakia"; Ilaria Graziano voce in "Chi ha visto planare gli angeli" e tanti altri.
Con questo esordio Gerardo Balestrieri potrebbe allargare di molto il suo pubblico entrando di diritto tra i più validi "cantanti apolidi" di quell'albero infinito che è la musica.


Alfonso Fanizza
Mescalina,12 novembre 2007

Riesce difficile pensare a Gerardo Balestrieri come a un debuttante, sebbene di fatto "I nasi buffi e la scrittura musicale" sia il primo disco intestato a suo nome. Nel corso degli anni, infatti, l'artista è stato coinvolto in numerose e varie esperienze, da La Nave dei Folli agli storici E Zézi, passando per uno spettacolo teatrale con Bebo Storti, colonne sonore e riconoscimenti assortiti. Non stupisce, quindi, trovarsi di fronte a un lavoro compiuto, maturo, forte di una identità e di una personalità ben precise. Quelle di un musicista che ha assorbito fino in fondo gli stilemi della canzone d'autore e li ha saputi fare completamente propri, dando così vita a una raccolta di canzoni dal retrogusto fumoso e di gran classe, tra promenades notturne sulla Rive Gauche e capatine nei Balcani, tra influssi mediterranei e un jazz scherzoso che non poco deve alla lezione di Paolo Conte ("Blues del putagè"). Tutti ambiti che non solo Balestrieri conosce bene, ma fa (ri)vivere in maniera vincente e convincente, senza cioè cadere mai nella trappola dell'oleografia di maniera, mentre con voce calda disegna melodie fatte di parole che mescolano con sapienza ironia e romanticismo, narrazione e introspezione, vita quotidiana e poesia (l'ungarettiano "Canto sesto", riletto in salsa western). Tanti i momenti degni di nota: oltre a quelli già menzionati, doveroso citare almeno una "Furto ai nobili di Rue Berget" tutta spazzole e wah wah, la sequenza di calembour che va a comporre "Quando il diavolo t'accarezza" e una "Il gusto nel niente e nel sorridere" che, sospesa tra jazz e chanson, pare essere il centro di gravità musicale dell'album.

Aurelio Pasini
Fuori dal Mucchio,6 novembre 2007

Gerardo Balestrieri tira fuori dal cilindro un disco geniale, a partire dalla copertina; un gattaccio di strada canta al chiar di luna con un topone al posto del microfono.C'è solo l'imbarazzo della scelta:swing, tango, echi tzigani, un po' d'oriente, il profumo di jazz e il Sudamerica.Approverebbero anche De Andrè e Conte, i maestri di riferimento: Musiche sfumate su liriche intelligenti, intonate da una voce calzante, scura e ritmata, suadente e sferzante. Quanto basta per commuovere su un'accorata versione di Fenesta Vascia

Stefano Crippa
Alias, Il Manifesto
Sabato 3 novembre 2007

Lui si definisce cantante apolide e ascoltando il suo cd si può dare conferma a ciò. Gerardo Balestrieri sa come dosare bene le sue varie contaminazioni musicali e all'interno del cd troviamo musica per tutti i gusti. Si parte con "Saria" una canzone stile francese, con un non so che di partenopeo, ma al tempo stesso gitano, con violino e fisarmonica che fanno a gara a chi va più veloce. Puro swing Jazz è "Furto ai nobili di rue Berget" con protagonista l'ottimo sax di Daniele Sepe. Resta facilmente impressa "Palamakia" filastrocca greca, che volentieri ti fa "battere le mani" (Palamakia appunto) seguendo il ritmo ellenico. Ballata per un verso cupa e per l'altra divertente è "Quando il diavolo ti accarezza", con testo curiosamene costruito su proverbi travolti e stravolti, nonchè sdoppiati nell'interpretazione (un esempio tra tutti:… l'abito non fa il monaco ma il sarto…). "Barcelone" ha una melodia molto delicata, con strumenti musicali appena sfiorati tesi a non disturbare una voce filtrata elettronicamente (stile voce al telefono) che racconta di una storia d'amore.
Chanson francaise, blues, jazz, musica popolare e non solo: in questo cd vengono musicate poesie di artisti famosi. Con rispetto per l'arte, Balestrieri riprende "Canto Sesto" di Ungaretti, Fenesta Vascia di un Anonimo del 500 e "L'ame du vin" tratta da una poesia di Baudelaire.
Le riveste di una musicalità sorprendente che riempie di emozioni nuove le poesie che già in loro esprimevano molto. Davvero simpatica la storia di "La Java des B.A." fatta di zii, bombe atomiche, governi e presidenze. Come si fa spesso, mi verrebbe da associare Gerardo Balestrieri a molti nomi del cantautorato italiano, ma alla fine le associazioni si annullano. Concludo apprezzando la ricetta di Balestrieri per passare le serate freddine dell'autunno ormai arrivato: "….castagne, china calda e vin brulè…


Flavio Bilato
DiRadio, 15 ottobre 2007.

"Ai traslochi, a tutte le macchine riempite e svuotate, alle stanze, al garage, all’albergo, ad Agata, all’Amore ai debiti". I ringraziamenti parlano chiaro. Gerardo Balestrieri pare non sappia stare fermo in un punto. Estroso nel suo percorso artistico che lo ha condotto all’album d’esordio, eclettico nel genere che propone. Classe 1971, nato a Remscheid... ha affrontato una serie di esperienze molto diverse...fino a diventare un apprezzato cantautore. La sua musica è un mix di blues e mazurca, tango e swing, Parigi e Napoli, balcani e sud America con riferimenti (quelli per un esordiente sono d’obbligo) a Paolo Conte, Fabrizio De Andrè, Lindo Ferretti fino a pescare nel cantautorato francese. I soliti nomi, storcerà qualcuno il naso. Forse si, ma per citare senza essere pedissequi e scontati ci vogliono mestiere e talento. Caratteristiche che non mancano a Balestrieri. Il suo esordio maturo, non a caso, è entrato nella cinquina finale del Premio Tenco. Una segnalazione sulla copertina. Il gatto che canta con un microfono/topo è di Tomi Ungerer, celebre disegnatore satirico.

Pierpaolo Lala
Cool Club, 9 ottobre 2007


Graffianti e avvolgenti le meticcie atmosfere di I nasi buffi e la scrittura musicale (Musica&Teste M&T 01-07) dell'istrionico Gerardo Balestrieri. Su un anarchico e solido impianto jazz-folk si innestano geniali intuizioni etniche a agitare l'universo di note nascosto sotto le calde acque del Mediterraneo: Furto ai nobili di Rue Berget, l'azzardo di una notte tra la gente del Milieu di Marsiglia; Palamakia, la sensualità di labbra salate bagnate da un bicchiere di raki; Barcelone di Boris Vian, il fascino di uno sguardo perso all'orizzonte. Balestrieri indovina il disco che mancava al 2007.

Matteo Ceschi
Musica e dischi, ottobre 2007

Ne ha fatte, di cose, Gerardo Balestrieri prima di approdare al suo primo album. Nato a Remscheid nel '71, si è laureato con una tesi sulla spiritualità nella musica popolare brasiliana, ha collaborato con Daniele Sepe e Bebo Storti, ha fatto parte di E. Zezi, ha partecipato ad Arezzo Wave '96, ed è comparso in un paio trasmissioni televisive. E’ stato invitato un paio di volte al Club Tenco: la prima nel ’99 come cantautore inedito (dove presentò alcuni brani poi finiti in questo cd), la seconda nel 2005, come session man per il dopo-Festival. Anche di riconoscimenti ne ha avuti, dalla vittoria nel 1995 al Festival Buskers di Pelago al titolo di “cantautore rivelazione” al festival “Dallo Sciamano allo Showman 2006” passando per il premio per il miglior testo al terzo Mantovamusicafestival.
Però l’agognato disco non era ancora riuscito a pubblicarlo; ce l’ha fatta quest’anno ed è finito dritto dritto nella cinquina delle nomination per la Targa Tenco. Qualcosa vorrà pur dire… Andiamo a vedere, o meglio a sentire.A rappresentarlo in copertina Balestrieri sceglie un disegno di Tomi Ungerer, importantissimo disegnatore satirico contemporaneo e uomo impegnato in mille battaglie politiche e sociali. Il disegno in questione illustra un gatto che canta in un microfono a forma di topo. Ma visto che le fauci sono spalancate – e il microfono è appunto un topo – il tutto suggerisce diverse chiavi di lettura. I gatti, indolenti, sensuali, furbi ed egoisti, sono sempre stati fonte di ispirazione per Ungerer. In quale di questi tratti si identificherà Balestrieri? Proviamo a scoprirlo con le canzoni.Musicalmente si capisce che il ragazzo è preparato: si va dalla tarantella al bolero, dallo swing al blues, dal tango alla giga e alla mazurca, da Napoli a Parigi passando per Atene in una girandola di suoni accattivante e trasversale. Sensuale e sorniona la voce, interessanti le parole, con i toni che si fanno di volta in volta beffardi, flemmatici, acuti, marpioneggianti e sarcastici. “La possente passione passeggia passando tra la voglia e il sonno, tra il senno e la veglia” è un buon esempio del lavoro di lima fatto sui testi, sostenuti da piano, fisarmonica e da una serie pressoché infinita di altri strumenti suonati dallo stesso Gerardo assieme a una pletora di musicisti. Ospite illustre, in “Furto ai nobili di Rue Berget”, Daniele Sepe con il suo sax, a dare note acide e sentori di selvaggina a una canzone che sembra avere radici nel periodo jazz-parigino di Boris Vian mescolato a quello delle cantine astigiane di un noto avvocato.I richiami al patafisico francese non si fermano però qui: il nostro ci dà modo di apprezzare le sue doti di interprete in “Barcelone” e quelle di traduttore in “La java des B.A.”. Peraltro non si fermano qui neanche i riferimenti all’avvocato astigiano e forse anche al fratello del suddetto: “Il blues del putagè” (il putagé è la tipica stufa in ghisa delle campagne piemontesi, su un angolo della quale veniva lasciata per tutto il giorno la minestra - putage - a sobbollire borbottando) echeggia delle storie del Conte piccolo (se così si può definire il grande Giorgio), delle sue erbe di San Pietro, delle mele cotte al forno e delle giostre dei vari Bastiani. Ma non è un male: Balestrieri in una delle sue tante peregrinazioni (ai traslochi va uno dei ringraziamenti nelle note finali del disco) ha respirato quell’aria, l’ha assimilata e l'ha fatta sua. E il risultato è affascinante.Il fatto che Balestrieri deve aver ascoltato parecchio Paolo Conte si evince anche da “L’Ame du Vin”, poesia di Baudelaire messa in musica e da “Il gusto nel niente e nel sorridere” - il brano che contiene la frase che dà il titolo all’album - un collage di immagini che si inanellano come perle di una collana onirica legata da un filo di note di piano e fisarmonica. “lettera di spezie e sogni, forse una ricetta”, la definisce lui nel sottotitolo, ma evoca sicuramente i toni di un film anni Trenta in bianco e nero. Incantevole e incantato.Qualcuno ha scomodato altri due grandi, e ha detto di Balestrieri che “canta alla stregua d’un De André colto da infingarda ebbrezza caposseliana o di un Capossela colto da flemmatico acume deanreiano”. Probabilmente ha ascoltato, assimilato, elaborato, digerito. Echi di molti, clone di nessuno, Balestrieri va tenuto d’occhio. Augurandosi di non dover aspettare altri otto anni per avere la conferma di un talento.

Luicia Carenini

Bielle, 27 settembre '07

Se la canzone d'autore americana è ossessionata dal modello Bob Dylan, quella italiana stenta a venir fuori dal cono d'ombra di Fabrizio De Andrè.
Ciò premesso, l'esordio di Gerardo Balestrieri va salutato tra i migliori nati nel solco dell'indimenticabile Faber. E in quello di Paolo Conte, è il caso di aggiungere sulla scorta degli echi francofoni - in elenco c'è anche un adattamento musicale de "La java des B.A." e delle rimembranze blues - davvero delizioso e "gozzaniano" quello dedicato al "putagé", cioè alla vecchia stufa a legna - che rimbalzano lungo queste dodici canzoni.
Le note di merito non si fermano tuttavia all'eccellenza dei modelli di Balestrieri e vanno estese alla pregnanza poetica dei testi, all'eleganza e alla buona varietà degli spartiti.
Da tener d'occhio. 7/10


Elio Bussolino, luglio 2007

Come esordio è bello stagionato, questo I nasi buffi e la scrittura musicale. Risale infatti al '99, quando il compositore, polistrumentista, busker e attore Gerardo Balestrieri - nato a Remscheid nel '71, vissuto a Napoli e attualmente residente a Venezia - lo portò in concorso al Premio Tenco, dove guadagnò una certa considerazione, pacche sulle spalle e via andare. Da allora Gerardo ha fatto di tutto: teatro, televisione, radio, qualche apprezzata soundtrack. Son fioccati apprezzamenti & riconoscimenti, ma insomma l'estro di questo apolide guitto venuto ad arricchire la schiera degli estrosi nostrani è sempre rimasto sotto il pelo della notorietà. Finalmente pubblicato e distribuito, quel debutto giunge alle nostre orecchie a fare ciò che deve. Ovvero a propinarci tarantelle balcaniche e boleri desertici, blues swinganti e tanghi carezzevoli, gighe zigane e mazurche sarcastiche. Nelle quali impazzano il piano e la fisarmonica del Nostro, così come il suo cantare alla stregua d'un De André colto da infingarda ebbrezza Capossela (Saria) o viceversa come un Capossela colto da flemmatico acume De André (L'ame du vin, su testo di Baudelaire). Ma anche come un Conte imbeffardito Arbore (nella nostalgia felpata e marpiona di Blues del putagè) o un Leonard Cohen tra sordide maglie CCCP (nella processione a cuore bigio di Quando il diavolo t'accarezza). Spiccano nella sarabanda le baruffe di fisarmonica (soprattutto in Chi ha visto planare gli angeli del cielo) ed il sax di Daniele Sepe (sbrigliato e fin quasi selvatico in Furto ai nobili di Rue Berget - swing che paga qualche debito alla Dancing dell'avvocato astigiano). Così come è rilevante il Gerardo-interprete di Barcelone (roca devozione Boris Vian) e quello compositore di Il gusto nel niente e nel sorridere, rosario d'incanti ad alzo zero con gocce di veleno poetico De André e piglio da Conte piano-man ingoiato dal respiro di un'orchestra lunare. L'ascolto mi provoca sensazioni simili a quelle che mi suscitava il primo Capossela: anche del prode Vinicio pensavo non fosse altro che un succedaneo di Conte perlopiù, e vi assicuro che non ero il solo. Ok, vista l'età non è che Balestrieri possa essere considerato una giovin promessa. Però mi sa che lo tengo d'occhio lo stesso. 7/10

Stefano Solventi

SentireAscoltare agosto 2007

…difficile fotografare la sua musica, perche' l' autore ama rannicchiarsi nelle zone d'ombra, per poi improvvisamente schizzare ai margini del quadro, dove e' difficile mettere a fuoco o definire i contorni delle sue canzoni. Swing, tango, echi tzigani, jazz, blues, echi maudit della canzone francese (Saria, Furto ai nobili di Rue Berget, Quando il diavolo t'accarezza, Blues del Putage') sono solo alcuni dei componenti di questa originale miscela musicale, carica di ritmo e sensualita'. Testi paradossali, amari e ironici al tempo stesso (Chi ha visto planare gli angeli del cielo, Il gusto nel niente e nel sorridere, La java des B.A.), oppure presi a prestito da grandi poeti(Canto Sesto di Giuseppe Ungaretti, L'ame du vin di Charles Baudelaire e Fenesta Vascia di un anonimo napoletano del '500), declamati con voce oscura e apparentemente non curante della metrica e della melodia, come per ricordare a chi ascolta che le esperienze raccontate appartengono alla vita vissuta, e quindi solo per caso, e un po' controvoglia, si trovano ad attraversare le regole della dimensione musicale. Attitudini che apparentano Balestrieri, piu' che a quella italiana, alla tradizione autoriale d'oltralpe e mitteleuropea, dove si fondono lingue e musiche disparate (Palamakia, Barcelone), dove gli incontri e i sentimenti umani, anche i meno nobili, vengono innalzati al valore di esperienza letteraria e poetica, anche solo per il fugace tempo di un giro d'organetto.


Ultime Note, 17 agosto 2007

Gerardo Balestrieri è un personaggio estremamente complesso: risulta davvero faticoso racchiudere tutta la sua attività in poche parole... nasce 36 anni fa a Remscheld (in Germania), e, come si diceva, può vantare una molteplicità di ruoli e di attività che ne rendono ben difficile l'inquadramento...Nel disco risuonano parecchie caratteristiche della personalità di Gerardo, della sua proposta poetica ed ironica: brani in perfetto equilibrio tra swing e musica latina, tra echi gitani e, naturalmente Napoli... Nonostante siano passati diversi anni la proposta non ha perso un millimetro della propria freschezza, della propria originalità: è, sempre, straordinariamente attuale e centrata. Si potrebbe definire un compendio della variegata personalità di Balestrieri: come tutti i compendi non sarà esaustivo, ma una bella idea la dà. Tutto è preciso, tutto è al suo posto, partendo dalla simpatica immagine di copertina ("Les chats" di Tomi Ungerer), proseguendo con l'intro di "Saria" e la freschezza di "Furto ai nobili di Rue Berget", sino all'irresistibile ironia di "Blues del putagè", delizioso swing su immagini divertenti: "Ha un suo stile il Putagè, antico, svizzero, elefante, mi scalda il viso, gli occhi, il cuore, tiene su... scordo quanto con me fredda sei tu...". Artista, Balestrieri, che merita le vetrine più importanti. Più che un augurio, è una certezza.

Andrea Rossi

Music Map, 27 giugno 2007

Recensioni
Ospitato dall'ultimo Premio Tenco anche se (o proprio perché) non ha pubblicato dischi.Gerardo Balestrieri da Napoli si colloca nell'affollata scia di Paolo Conte.Il suo è un albun raffinato, preciso, compiuto,che non nasconde ambizioni, con canzoni di livello piuttosto alto e diversi picchi a partire dalla pressocchè irresistibile Saria che apre il disco fino alla turbinante Chi ha visto planare gli angeli del cielo, che lo chiude. Da notare che si tratta di un concept album costato molta testa e molto cuore.Jazz e Francia, ritmo contagioso e SudAmerica, testi sfumati e maturi, voce dinoccolata e scura…

Enrico De Regibus
L'Isola che non c'era
Giugno 2001

Da qualche giorno sto ascoltando con crescente interesse Gerardo Balestrieri, voce che sembra cioccolata calda ( lascia il segno "Fenesta Vascia" su toni bassi, quasi recitata): canta canzoni di altri ( "Don Raffaè" ma anche "La java des bombes atomiques" di Boris Vian) e sue: echi di Paolo Conte, Tom waits…
Bravo 7,5 e in più suona la fisarmonica,
il che alle mie orecchie dà diritto a un bonus…

Gianni Mura
La Repubblica
domenica 18 dicembre 2005

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Balestrieri un napoletano un po' francese

Tra i protagonisti della serata c'è anche un esordiente: Gerardo Balestrieri esibitosi all'Ariston con tre canzoni…
A sentirlo sul palco Gerardo Balestrieri è un napoletano cosmopolita, vengono più in mente gli Avion Travel che Pino Daniele e forse sono state proprio queste le caratteristiche che hanno spinto i selezionatori della rassegna a volerlo tra i debuttanti assoluti della venticinquennale…

Enzo Gentile
Il Mattino
Ottobre 2000

 

 

 

 

 

 

 

Il cantautore apolide

Le canzoni con il naso lungo di Gerardo Balestrieri

Una voce scura di cantautore, una miscela di suoni e storie che non lascia spazio alla noia e un disco con un titolo strampalato. I nasi buffi e la scrittura musicale segna l'esordio di Gerardo Balestrieri che, in realtà, non è affatto un debuttante: polistrumentista, compositore e cantante apolide (ama definirsi così, visto che è nato in Germania da genitori irpini) in questo album ha raccolto ben dieci anni di attività in giro tra concerti, festival, teatro e tv. Più che un esordio dunque questo sembra un traguardo. Piacevole parlare con lui, che con voce bassa e suadente e un accento indefinibile racconta come è nato il titolo:

 

" Non ha un senso preciso, è nato in modo estemporaneo.Più che altro mi incuriosiscono i nasi delle persone, li guardo...mentre con la scrittura nusicale ho un rapporto conflittuale :sono affascinato dal pentagramma e ciò che c è scritto ma sono molto pigro nello scrivere e quando devo leggere per eseguire"

 

Cantante apolide, infatti le dodici tracce dell'album sono frutto del lavoro di un uomo che sente di appartenere a più parti del mondo: Una sorta di viaggio musicale attraverso terre lontane.C è blues, tango, jazz, musica popolare ,pennellate maudit...e brani che richiamano alla realtà musicale del centro Europa.

Gli chiedo a quale di questi mondi si sente legato

" Dipende dai momenti.In questo periodo sono affascinato dalla musica dell' area mediorientale,soprattutto la musica persiana.Ma l' esistenza apolide mi ha condannato a vagare di continuo...una piacevole condanna.

 

E a tal proposito cita Ungaretti, peraltro protagonista del suo Canto Sesto. Balestrieri è un'artista a tutto tondo, i suoi testi paradossali, incantatori...la sua vocalità calda e profonda ricorda De Andrè: A tal proposito gli chiedo se c'è un sogno che vorrebbe realizzare,magari duettare con qualche artista e magari reinterpretare brani dell'album.Risponde senza esitazioni

" Tom Waits nel Blues del Putagè".

Ma si lascia andare a un ultimo bizzarro desiderio:

" In realtà il mio sogno è cantare Palamakia con Serena Dandini:

Un mio sogno erotico"

Roberta Maiorano

Jam,dicembre 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

"I nasi buffi e la scrittura musicale"

( Musica&Teste/Egea 2007 )

"Canzoni al Crocicchio"

(L'Alternativa 2010)

Prima si era dilettato di nasi buffi (e la loro scrittura musicale), mentre poi aveva assunto i panni veneziani di un turco napoletano: ora il Balestrieri sforna un disco con i colletti d'astrakan e tanti motivetti tzigani e cuori ingrati.
L'ho visto maturare, incontrandolo esattamente 10 anni fa, quando non aveva ancora un disco. Con Canzoni al crocicchio si tocca il terzo vertice di un triangolo (isoscele) in cui la teoria dell'angolo esterno adiacente alla base ci conferma che lui e' ormai da frequentare e (come si dice a Napoli) anche tozzando i nostri calici d'oro, magari in compagnia di Paolo Conte e Vinicio Capossela. Rispetto all'avvocato astigiano, Balestrieri e' molto piu' brioso nella fase di scrittura: se invece paragonato al Capossela, la lotta che Balestrieri intraprende lo vede ben battersi, forte di una tradizione lirica napoletana che lo aiuta spesso.In questo disco nuovo mi sembra entusiasmante nei brani piu' briosi, mentre in quelli languidi (vedi Camera con vista) e' fin troppo decadente ed oscuro, assomigliando ad atmosfere che sicuramente non voleva imitare: il salto definitivo verso la notorieta' (meritata) a questo punto puo' solo avvenire con la frequentazione (artistica ed esecutiva) di un artista anziano, cosi' da non essere vittima di quella fretta che puo' farti generare gattini ciechi, se assurgi i panni di una gatta frettolosa. Si segua la strada segnata da Canzone ingiuriosa, dove la tradizione del XXesimo secolo napoletana (Teresa De Sio ed Eugenio Bennato su tutti) ben si sposa con il sarcasmo e la vena originale che la scrittura del Balestrieri possiede congenita. Dice lo stesso Balestrieri ...La partenza, il viaggio, l'abbandono, ritrovarsi al crocicchio, fradicio con una musica zingara, un ombrello che brucia e nel cappotto un segreto...: tutto questo diventa una tarantella jazzata e swing proprio nel brano in questione, sicuramente il migliore dei 10 presenti in questo nuovo disco.

Giancarlo Passarella febbraio '011


Nostra vecchia e gradita conoscenza, il cantautore partenopeo Gerardo Balestrieri torna alla ribalta della scena musicale con la sua terza opera, ´Canzoni al crocicchio´.
Così com’era avvenuto per i dischi precedenti (´I nasi buffi e la scrittura musicale´ del 2007 e ´Un turco napoletano a Venezia´ del 2009), anche per il terzo lavoro vengono proposte una manciata d´intriganti canzoni, una raccolta di pezzi vecchi e nuovi scritti di pugno dallo stesso cantautore.
Artista poliedrico (musicista, autore e compositore), Balestrieri è un musicista eclettico e originale che non ha niente da invidiare, in fatto di bravura, a nessuno.
Notevoli omaggi a quelle culture e a quei misteri che tanto l’hanno sedotto e accompagnato in questi anni in cui ha vissuto ai margini della canzone d’autore, le canzoni di Balestrieri piacciono per la loro varietà sonora. Ascoltare ´Canzoni al crocicchio´ vuol dire perdersi nel tempo e nello spazio musicale attraverso un mix di suoni e ritmi che prendono forma da influenze diverse.
Come già marcato nei dischi precedenti, i richiami a una certa impronta cantautoriale italiana (vedi alla voce Conte e Caposella) sono evidenti, ma dalla medesima riesce a distaccarsi, districandosi con eleganza e sfoderando la sua vena poliedrica, variando temi e registri a ogni brani.
La capacità di Balestrieri consiste nel riuscire a proiettarti durante l’ascolto in dimensioni musicali parallele, passando da un genere a un altro con gran facilità, lasciandoti pregustare canzoni dai diversi sapori.
Piacevole l’inizio spensierato con la ballata swing-jazzata, ´Rouen´, predisponendo, così, il terreno al proseguo del disco, un’opera che, già dall’assaggio, si dimostra di pregevole fattura.
Altre prove dell’esperienza cantautoriale di Balestrieri possiamo trovarle nelle impronte ´caposelliane´ di canzoni come ´Casa´ e la title-track o nei tratti di ´contentiana´ memoria di ´Camera con vista´, ma la sorpresa più evidente è rappresentata negli arpeggi latino-americani di ´Puju real´.
Perla sintomatica del disco, il singolare brano ´Canzone ingiuriosa´, una ballata incredibilmente alternata su ritmi di taranta con il country e lo swing

Alfonso Fanizza, Mescalina dicembre 2010

 

 

Gerardo Balestrieri non smentisce neanche questa
volta la sua fama di musicista capace di assecondare
il fascino delle situazioni per poi trasmetterlo con
...sincerità e generosità all'ascoltatore. Canzoni al
crocicchio (Edizione L'Alternativa ALT-010) è un
lavoro sospeso tra passato e presente che trova nella
fragile commistione tra culture differenti la vivacità
necessaria a resistere al passare inesorabile del
tempo. I brani di Balestrieri, ammettiamolo,
potrebbero benissimo suonare sul vecchio
grammofono del nonno e allo stesso tempo scardinare
le rigide playlist dell'IPod del nipote. La fumosa
Rouen, la title track, la blueseggiante Canzone ingiuriosa, la latina Puju Real (con
la chitarra di Peppe Giaquinto che insegue Santana) e l'ellenica Kegome sono lo
specchio in cui scrutare le rughe e le abitudini di un artista ancora in grado di
stupire e di stupirsi di fronte allo sgorgare delle note.

Matteo Ceschi
Musica & Dischi novembre 2010

 

 

Gerardo Balestrieri è un talento. Nel segno della nota propensione apolide e generosa, si disimpegna tra swing e tarantella, bosforo e latinoamerica, blues e chanson. Incroci e incontri vissuti con naturalezza disarmante, con la competenza di chi ha dovuto riparare mille motori lungo la strada e non c'è ingranaggio di cui non sappia l'incastro. A questo punto però bisogna metterci un però. Perché questo secondo vero album d'inediti oltre un decennio dopo I nasi buffi e la scrittura musicale - considerato che Un turco napoletano a Venezia vedeva in scaletta solo riletture di brani tradizionali - non convince del tutto. Sembra mancare il sale del vissuto, sia pure in guisa di trasfigurazione teatrale (guitta e blasé alla Paolo Conte, che resta tra i riferimenti principali, oppure in punta di delirio à la Vinicio Capossela, che invece non c'entra molto).
Forse il problema è che non sai bene dove finisca la calligrafia e inizi il mestiere, un mestiere capace di giocare carte spettacolari (vi basti la taranta-country-swing di Canzone ingiuriosa) ma in qualche modo più incline alla forma (la graziosa Rouen, la frenetica Ormai non provo più gaiezze, la disillusa Canzone al crocicchio) che non all'espressione. Come dire: è più posa che poesia. Sensazione che non cessa neanche con l'avvincente psych-ballad tzigana di Kegome, con la milonga turcomanna di Camera con vista o con quella Casa che prende in prestito il malanimo enigmatico di De André, salvo poi sparagliare tutto con palpitante frenesia balcanica. Uno spettacolo d'arte varia senz'altro gradevole, ovvero avvincente, ma non troppo coinvolgente. Spero d'essermi spiegato.

Stefano Solventi, ottobre 2010

 

 

"La partenza, il viaggio, l'abbandono, ritrovarsi al crocicchio, fradicio con una musica zingara, un ombrello che brucia e nel cappotto un segreto.”

E’ uscito “Canzoni al crocicchio” (L’Alternativa), terzo album di Gerardo Balestrieri, artista eclettico ed originale, capace di muoversi tra musica, teatro, cinema e scrittura, le diverse forme d’arte che conosce molto bene.
Il “polistrumentista apolide, compositore e cantautore”, torna sulla scena discografica italiana con un nuovo importante progetto.
L’album, prodotto da Luigi Fantini, contiene dieci canzoni che raccontano il presente con uno spirito antico.
Un disco di brani vecchi e nuovi come lo è stato l’ottimo " I nasi buffi..."(secondo album dell’anno al Premio Tenco 2007), con omaggi a culture e misteri che hanno accompagnato l’artista in questi anni, ai margini della canzone d'autore.

Erzebeth ottobre 2010

 



"Un Turco napoletano a Venezia"

( Interbeat/Egea '09 )

 

 

La prima parola che viene in mente ascoltando "Un turco napoletano a Venezia" è fascino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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