GERARDO BALESTRIERI
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 Bevenuti, l'asfalto si appiccica alle ruote... ma le biciclette camminano ancora. Eravamo in un Kebab con a muro un pianoforte Io suonavo musiche di Izmir tu danzavi e scartavi le cipolle mentre l’arabo le affettava trattenendo le lacrime agli occhi con una maschera da Sub I capelli di Martha... sogni dell' Atlantico... ...onde luminose... ...su spalle di sabbia... E noi in fondo… in fondo… potremmo anche essere solo il sogno di qualcuno Qualcuno che magari si sveglia e ci manda a cagare per una tazza di caffè… Mirabile visione a Malamocco il vento al tuo incedere da bora si fa scirocco Il traghettator offre il braccio per scendere e salire...non si cruccia e più non dimanda… sorregge e ci protegge dall'umido spettro... I piccioni non ce la fan più, esausti dalle spalle attaccapiume dei turisti, chiedono una pensione privata e una cospicua liquidazione in caso di momentanea o permanente invalidità. Le barchette a remi sbuffano al passar dei motori si gonfiano e poi, meschine, si fan piccole e si lamentano anche quando il rumore è ormai lontano. Le maschere invece han perso la faccia… causa l' avidità dei venditor… Il ponte dei Sospiri…ansima… chiede erba medica da fumare mentre il ciabattino in ginocchio implora pietà a quello degli Scalzi... Santa Maria Formosa…perde in sinuosità, Campo San Tommaso non crede a quello dei Miracoli… In campo San Polo i mahori giocano a squash, Le fondamenta con l acqua alta attentano i fondamentalisti... Due rabbini nel ghetto ballano la break dance Io son senza permesso per suonare, Billie Holiday amava le gardenie… e tu……quante gonne hai?.. Venezia per ragion di camminare, per i tacchi e l'eco delle pietre ai muri Considerate le vie d'esistenza accordateci dalla velocità di questo tempo, decidemmo di partire per altra strada... la via del sogno Fegati allenati,polpacci da ballerine, velocisti o gregari, tentammo la via dell'essere... senza del resto avere. Ognuno per conto suo...tutti per sorridere un po'. Ci avviammo girando i pedali all'indietro, guardando avanti pero', cercando come sempre...qualcosa da raccontare Un viaggio onirico a tappe, con momenti di ristoro puramente autobiografici.
Per un teatro clandestino dedicato a T. Kantor E’ tempo di mettersi in ascolto. E’ tempo di fare silenzio dentro di sé E’ tempo di essere mobili e leggeri, di alleggerirsi per mettersi in cammino. E’ tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso. Tra non molto, anche i mediocri lo diranno. Ma io parlo di strade più impervie, di impegni più rischiosi, di atti meditati in solitudine. L’unica morale possibile è quella che puoi trovare, giorno per giorno, nel tuo luogo aperto-appartato. Che senso ha se tu solo ti salvi. Bisogna poter contemplare, ma essere anche in viaggio. Bisogna essere attenti,mobili, spregiudicati e ispirati. Un nomadismo, una condizione, un’avventura, un processo di liberazione, una fatica,un dolore, per comunicare tra le macerie. Bisogna usare tutti i mezzi disponibili, per trovare la morale profonda della propria arte. Luoghi visibili e luoghi invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. Ma la merce è merce, e la sua legge sarà sempre pronta a cancellare il lavoro di chi ha trovato radici e guarda lontano. Il passato e il futuro non esistono nell’eterno presente del consumo. Questo è uno degli orrori, con il quale da tempo conviviamo e al quale non abbiamo ancora dato una risposta adeguata. Bisogna liberarsi dall’oppressione e riconciliarsi con il mistero. Due sono le strade da percorrere, due sono le forze da far coesistere. La politica da sola è cieca. Il mistero, che è muto, da solo diventa sordo. Un’arte clandestina per mantenersi aperti, essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà solo per trovare un nuovo inizio. È tempo che l’arte trovi altre forme per comunicare in un universo in cui tutto è comunicazione. E’ tempo che esca dal tempo astratto del mercato, ricostruire il tempo umano dell’espressione necessaria. Bisogna inventare. Una stalla può diventare un tempio e restare magnificamente una stalla. Ne’ un Dio ne’ un’idea, potranno salvarci ma solo una relazione vitale. Ci vuole un altro sguardo per dare senso a ciò che barbaramente muore ogni giorno omologandosi. E’ come dice un maestro: “ tutto ricordare e tutto dimenticare ”. Antonio Neiwiller